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Gian Paolo G. Scharf

 

Fiscalità pubblica e finanza privata: il potere economico in un comune soggetto

(Borgo San Sepolcro 1415-1465)

 

 

 

 

1. Il problema storiografico: intrecci di potere economico

all’epoca dello stato regionale

 La fiscalità è stata per lungo tempo negletta dalla storiografia medievistica, forse per un malinteso confine specialistico fra storici dell’economia e storici delle istituzioni. Possiamo dire che fino agli anni Sessanta del secolo scorso gli studi di valore si contavano sulla punta delle dita e si concentravano su alcune zone privilegiate, non tanto o non solo dal punto di vista documentario, quanto da quello della tradizione di ricerca. Così se il Piemonte, non ostante la presenza dei cospicui conti di castellania, doveva attendere le ricerche del Bracco, anche altre regioni come la Lombardia e il Veneto si trovavano ancora molto indietro nello sviluppo di questo tema; la Toscana, invece, dopo l’antesignano lavoro del Pagnini del Ventura poteva contare su quelli di Barbadoro e di Becker, a cui si aggiungeva una sintesi di Fiumi, che nei suoi studi su Prato, Volterra e Sangimignano si era sovente incontrato con la materia[1].

Negli anni successivi del resto proprio questa regione vide la pubblicazione di una monografia che è rimasta un modello fino a oggi, quella del Bowsky, dedicata al comune senese. Per Perugia e lo spazio umbro il merito maggiore va senza dubbio a Grohmann, che con la pubblicazione delle fonti catastali e la loro ampia analisi offrì un quadro a tutto tondo, in un certo senso un modello di utilizzo di questo genere di fonti. Negli stessi anni, fra Settanta e Ottanta, sempre in Toscana videro la luce gli studi iniziati da Conti sul Catasto fiorentino e proseguiti dalla Klapisch e da Herlihy, sebbene il secondo fosse significativamente volto alla illustrazione della realtà demografica che da tale fonte risultava e trattasse il tema fiscale solo marginalmente[2].

È questo un aspetto ricorrente degli studi sulle fonti fiscali, spesso interrogate per motivi diversi da quelli che ne avevano mosso la compilazione, come ha notato anche la Leverotti in un’analoga ricerca su Lucca. Mentre dunque il tema veniva all’attenzione degli studiosi, che ne facevano spesso un capitolo di monografie regionali o municipali, altri lavori di sintesi comparivano per realtà rimaste fino all’ora in ombra, come quella veneta illustrata da Knapton e da Mueller. Negli ultimi anni il problema si è complicato per l’emergere di temi nuovi, come sempre capita nel corso di un approfondimento. Così le ricerche della Ginatempo sono state focalizzate sul debito pubblico (mentre prima la stessa studiosa aveva utilizzato le fonti fiscali per indagini demografiche) argomento già toccato da Becker e da Molho per Firenze, mentre Petralia si è dedicato al tema della fiscalità nei comuni soggetti[3].

È questo un aspetto di notevole rilevanza, poiché si presta a essere usato come banco di prova di questioni al centro del dibattito sullo stato tardo medievale e rinascimentale, come l’autonomia della periferia o l’oppressività del centro. Si deve rilevare tuttavia che, a dispetto della centralità dello stato regionale nelle attuali direttive della ricerca, l’argomento fiscale è stato poco praticato, e il dialogo centro-periferia su tali questioni è stato affrontato soprattutto per le comunità rurali da Cohn e dalla Ginatempo per verificare la tenuta dei rapporti. Più numerose sono le indagini di carattere istituzionale che nel trattare le realtà locali dedichino un certo spazio anche alla politica fiscale, soprattutto quando i margini di manovra delle comunità risultino compressi dalle direttive del centro. Un contributo di notevole valore appare dunque un recente volume curato da Patrizia Mainoni che colma alcune di queste lacune, soprattutto per quanto riguarda la fiscalità vista dalla “periferia”. La Mainoni, già autrice di alcune dense sintesi sull’argomento, ha coordinato un progetto di ricerca che ha fatto luce proprio su queste problematiche in zona lombarda, chiarendo dall’interno dunque alcuni dei meccanismi di funzionamento sia dello stato visconteo sia di quello veneziano[4].

Se ci soffermassimo soltanto sulla fiscalità tuttavia il problema rischierebbe di esaurirsi qui; ma d’altro canto proprio alcune indagini su realtà locali hanno mostrato come la gestione delle finanze comunali, e in definitiva delle risorse economiche dei singoli centri, fosse un argomento di portata ben maggiore di quanto si potesse pensare. Sullo sfondo sta la grossa questione di quanto ampia fosse l’interferenza del potere economico in tutta la società comunale e tardomedievale. Nei comuni italiani medievali infatti lo sviluppo politico e la crescita del populus si tradussero normalmente in un aumento dell’attenzione per il settore economico e finanziario, soprattutto per opera dei regimi popolari fra Due e Trecento; da allora il capitale e i suoi detentori non smisero di costituire un settore rilevante della società, particolarmente in ambito urbano[5].

Se d’altra parte un intero settore storiografico si è occupato del “ritorno alla terra” dei capitali di origine non agraria, come ha mostrato Bordone, meno attenzione è stata riservata a quanti mantennero attivo il proprio impegno economico, pur senza dimenticare un ruolo politico che nello stato regionale andava restringendosi. Sono numerose le monografie dedicate a famiglie mercantili e bancarie alla fine del Medioevo, e si può ricordare il recente lavoro di Tognetti sui Serristori per avere infranto un pregiudizio storiografico che vedeva l’emarginazione politica di lignaggi di parvenus, arricchitisi con il commercio e restii a convertirsi in semplici rentiers. Proprio da questa ricerca e dal crescente interesse mostrato dai Serristori per i titoli del debito pubblico come forma di investimento (in parte coatto), si può partire per notare come la problematica si faccia complessa, investendo questioni come la definizione di gruppi o ceti dirigenti e l’accertamento delle basi del loro potere[6].

Nelle comunità minori, specie se soggette a un centro pervasivo come Firenze, la questione è allora quella di verificare quanto il potere economico contasse, o detto in altre parole come l’intero sistema di relazioni con l’esterno fosse spartito fra gruppi di pressione diversi. Poiché proprio sulla diversità di interessi fra i principali lignaggi dei comuni soggetti sta tutto il problema della definizione dei ceti dirigenti, come hanno mostrato le ricerche su questa categoria storiografica attualmente molto in voga. È evidente infatti che l’assimilazione di famiglie di origine mercantile all’interno di un’élite dai costumi nobiliari non risolve la questione della dinamica sociale tardomedievale[7].

Si è cercato dunque in questa ricerca di evidenziare tali problematiche per fornire un percorso di indagine di un qualche valore euristico per la definizione delle principali linee di tendenza nell’evoluzione sociale. In questo metodo possiamo dire di essere fra i primi, dato che un tale studio è in buona misura ancora da fare per molte delle realtà italiane. Unico contributo di un certo valore in tale direzione è costituito da una ricerca di Marina Picco sui gestori delle finanze pubbliche di Piacenza in epoca viscontea, contenuto nel citato volume curato dalla Mainoni[8].

A questo fine si è scelto un periodo significativo di un centro favorito dalla documentazione e dal buon numero di studi recenti, noto a chi scrive anche per le molte ricerche effettuate in loco. Si è voluto proporre un quadro il più possibile completo e perciò il punto di partenza è stato la ricostruzione dell’intero quadro della finanza pubblica per un cinquantennio, il periodo 1415-1465. In questo modo è stato possibile chiarire prima le dinamiche economiche pubbliche sulla lunga durata (limitatamente a due generazioni) e gli indici di grandezza della fiscalità di Sansepolcro[9].

Dopo tale fase si è passati all’individuazione di personaggi e famiglie di rilievo nella gestione della finanza pubblica, costruendo un database che permettesse l’incrocio dei dati con quelli già noti riguardanti il gruppo dirigente politico, per verificare appunto gli intrecci del potere in una comunità dello stato fiorentino (senza dimenticare il periodo di soggezione ai Malatesti e alla Chiesa). Si è poi cercato di far luce sulle attività economiche alternative alla gestione della finanza pubblica e sulle basi patrimoniali del gruppo così individuato, cercando in tal modo di chiarire la natura dell’accumulazione di capitali e del loro reimpiego[10].

Crediamo con ciò di aver restituito alla luce la fisionomia più completa possibile, per quanto lo permettano le fonti, di un gruppo significativo e poco studiato della società di un centro minore dell’Italia tardomedievale, nel tentativo di indicarne composizione e diversità rispetto al ceto dirigente, già studiato, ma anche significativi legami e coincidenze.

 

  1. Le fonti

Le fonti riguardanti Sansepolcro nel Quattrocento sono abbondanti e significative, adeguate in tutto a fare la storia di un comune, come indicava Bartoli Langeli, anche se manca un Liber Iurium, tipologia documentaria che il comune Borghese non produsse mai, data l’esiguità del territorio controllato[11].

Questa lacuna per il periodo considerato e per lo scopo di questa ricerca è tuttavia poco significativa, mentre sono presenti altre fonti di maggior momento a tale fine. Per la parte istituzionale di tale studio sono stati indispensabili infatti gli statuti e le riformagioni del comune, che forniscono l’aspetto legislativo, nel suo sviluppo diacronico, della finanza del Borgo[12]. L’articolazione amministrativa del comune è poi ben delineabile a partire dalla fonte principale di questo lavoro, cioè il libro dei conti del comune, chiamato Libro Rosso o Libro del Ben Commune, che copre un periodo assai lungo (1418-1478) sia pure con lacune e imperfezioni nella sua tenuta, gestita per l’ampia spanna da più notai, cancellieri comunali. Da tale fonte, come dalle riformagioni e dal notarile, è stato possibile ricavare un quadro completo del bilancio straordinario di Sansepolcro per il periodo in esame, come pure dagli appalti le personalità e i modi di gestione delle esazioni fiscali. Questo testo costituiva il principale testo contabile del comune, anche se riguardava solo una delle due camere del Borgo e di conseguenza solo il bilancio straordinario[13].

Per quello ordinario, gestito dalla camera signorile e quindi contabilizzato da funzionari spesso forestieri, le notizie sono più frammentarie, poiché i registri in questione sono andati in massima parte perduti e siamo dunque costretti a una ricostruzione sommaria e più affidata alla normativa vigente che alla reale pratica amministrativa. Fanno eccezione tuttavia quattro registri sopravvissuti a Roma dell’amministrazione pontificia, che fu comunque solo temporanea[14].

Per le attività economiche dei personaggi schedati oltre ancora al Libro Rosso sono stati indispensabili i registri della Fraternita di s. Bartolomeo, il principale sodalizio laico del paese, e il vasto fondo notarile, conservato nell’Archivio di Stato di Firenze. Date le dimensioni di questa documentazione si è necessariamente fatto ricorso a un campionamento della ricerca, approfondendo solo l’indagine in alcuni dei protocolli notarili più significativi, sia per la personalità dei notai, spesso cancellieri comunali, sia per i periodi trattati, meno fortunati nelle altre fonti[15].

Per finire si è fatto uso dell’estimo del 1461, conservato nell’Archivio di Stato di Arezzo, che ha permesso di valutare la base patrimoniale dei principali personaggi schedati e insieme la varietà dei loro possessi fondiari. A questo proposito bisogna notare che solo una parte dei personaggi è stata rintracciata nei registri catastali, sia per la distanza di questa dalle altre fonti, sia per difficoltà di identificazione connesse con l’antroponimia toscana tardomedievale, che faceva spesso a meno del cognome per designare le persone. Il risultato, anche se parziale, è comunque significativo perché permette, almeno per alcune figure, un ritratto a tutto tondo del loro ruolo economico e della loro importanza sulla scena Borghese[16].

 

  1. Le monete di calcolo e le specie circolanti

Uno dei problemi che ha sempre complicato le analisi della contabilità e in genere della storia economica medievale è dato dalla varietà delle specie monetarie circolanti, delle unità di conto e delle variabili relazioni intercorrenti fra di esse, nella fattispecie i cambi, problema del resto comune a tutto l’ancién regime, prima dell’unificazione monetaria e dell’introduzione del sistema metrico decimale con Napoleone[17].

Sansepolcro era al centro di molteplici vie di comunicazione e ciò si rifletteva nella varietà delle monete presenti, non ostante il paese non fosse una piazza di primaria importanza negli scambi interappenninici. Quel che può destare un certo stupore è la relativamente poca importanza della monetazione fiorentina, che tuttavia può essere compresa alla luce del tardivo ingresso del Borgo all’interno del dominio fiorentino e della persistenza dei legami con l’Adriatico e con l’Umbria[18].

Chiara spia di questo stato di cose può essere il fatto che fino a tutto il Duecento le monete ufficiali erano state la lira ravennate e quella pisana, sostituita quest’ultima poi da quella aretina e quindi da quella cortonese. Poiché tuttavia queste erano soprattutto monete di conto e non siamo informati sufficientemente sul reale circolante fino a buona parte del Trecento occorrerà partire dall’inizio della dominazione malatestiana, quando sicuramente era presente una situazione che si prolungò poi per buona parte del Quattrocento[19].

Possiamo dire senza tema di smentite che per tutto questo periodo la moneta circolante di maggior diffusione fu il bolognino, specie argentea di un discreto valore e diffusa in tutta la zona appenninica. Negli anni Trenta del XV secolo tuttavia il bolognino fu svalutato e ciò creò dei problemi per il cambio fra monete vecchie e nuove. La moneta di conto prevalente, come abbiamo detto, in questo periodo era la lira cortonese, e quindi il cambio del bolognino vecchio era di 2 soldi e 9 denari cortonesi e un terzo di denario, mentre il nuovo bolognino si attestò a 2 soldi e 6 denari. Questo nuovo valore è importante perché permise una facile equivalenza con l’altra moneta argentea più diffusa, e cioè l’angontano (=anconetano), che valeva 5 soldi cortonesi, ossia 2 bolognini nuovi[20].

Queste due monete argentee, di buon tenore e notevole diffusione, dovevano permettere la maggior parte degli scambi di media importanza e fungevano poi da metro di paragone per le altre monete. Si ha infatti scarsa notizia della diffusione del grosso (presumibilmente fiorentino, anche se proveniente in genere da Arezzo), attestato con un cambio di 7 soldi e 1,8 denarii (ma si ha anche menzione di scudi argentei equivalenti a grossi di valore leggermente diverso, cioè 6 soldi e 11,2 denarii, e di grossi del valore di 6,9 soldi nel 1441)[21].

Per le transazioni più minute era invece presente il quattrino, probabilmente quello fiorentino, poiché il suo valore rapportato alla lira cortonese era di 5 denarii, a dispetto del nome che faceva probabilmente riferimento alla lira di piccioli fiorentina. In alcuni casi sono menzionati tuttavia anche i grossi pontifici, di cui però non conosciamo il cambio[22].

Per gli scambi di maggior rilevanza invece si faceva uso del fiorino e in genere della monetazione aurea, che permetteva conti con somme di notevole portata. Parlando di fiorino occorre tuttavia prestare notevole cautela, poiché le fonti, nella loro eterogeneità, ci presentano ben quattro diversi tipi di fiorino: a un generico fiorino d’oro fiorentino (definito d’oro probabilmente per distinguerlo dal fiorino piccolo argenteo, che come abbiamo visto costituiva il punto di riferimento per la lira fiorentina) che era probabilmente un’unità di conto e il cui valore si aggirava attorno alle 5 lire e 8 soldi cortonesi, si accosta infatti il fiorino fiorentino largo o grave, dal cambio più elevato (5 lire, 11 soldi e 3 denari cortonesi, ma nel 1439 anche 5 lire, 13 soldi e 10,66 denari e nel 1441 5 lire, 18 soldi, 9 denari) e identificabile probabilmente con la specie effettivamente monetata dalla repubblica di s. Giovanni[23].

Mentre queste due specie sono tuttavia assai poco presenti, le fonti fanno spessisimo riferimento al fiorino Borghese e, più raramente, a quello senese. Poiché tuttavia né Sansepolcro, né Siena coniarono mai un fiorino, come è noto, possiamo fare due ipotesi, che cioè si trattasse di monete di conto oppure che la menzione di “peso Borghese” o “peso senese” facesse riferimento al diverso valore della moneta fiorentina sulle due piazze. Se per Siena l’ipotesi più probabile è la seconda, per Sansepolcro siamo invece propensi ad accettarle entrambe, o perlomeno a tenerle in considerazione. Tutta la contabilità di maggior portata del Borgo è infatti espressa in fiorini borghesi (o fiorini senza altra specificazione); il cambio, talvolta di 5 lire cortonesi, talvolta di 5 lire, 2 soldi e 6 denari (cioè 41 bolognini nuovi), fa ritenere che perlomeno nel primo caso si trattasse di moneta di conto, mentre nel secondo potrebbe trattarsi di un valore di cambio del fiorino genericamente “fiorentino” (ma ovviamente distinto da quello largo, che proveniva davvero da Firenze)[24].

Chiude la rassegna delle monete effettivamente circolanti a Sansepolcro il ducato (in genere veneziano), dal valore piuttosto elevato e paragonabile anche al fiorino largo (5 lire e 10 soldi, ma nel 1439 anche 5 lire, 16 soldi e 8 denarii), a cui si affiancò talvolta il ducato romano, che valeva 1 fiorino (borghese) e 10 soldi. È significativo che tale moneta fosse soprattutto in mano ai finanzieri ebrei, in virtù della loro presenza su molteplici piazze finanziarie[25].

A partire dall’inizio del dominio fiorentino (1441) fece timidamente la sua comparsa la lira fiorentina di piccioli, unità di conto usata raramente fino agli inizi degli anni Sessanta del secolo e del valore di 1 lira e 5 soldi cortonesi[26].

La contabilità di Sansepolcro è sempre espressa in lire cortonesi per le cifre minori e in fiorini Borghesi per quelle superiori, entrambe unità di conto di cui è in genere precisato il rapporto; la stabilità di tale rapporto dimostra come il cambio fosse un puro artifizio: mentre infatti, come è ovvio, il cambio fra specie monetarie argentee e auree effettivamente circolanti subiva fluttuazioni pressoché giornaliere, le necessità contabili imponevano cambi stabili per le monete di conto. Si capisce come in questa situazione fosse indispensabile mantenere ancorata la lira cortonese al bolognino, moneta in cui venivano effettivamente fatti numerosi pagamenti, e come pertanto il problema del cambio fosse particolarmente al centro delle preoccupazioni del comune. Se al momento della svalutazione del bolognino questo problema fu portato nei consigli comunali per prendere i necessari provvedimenti, sappiamo che le cose si sarebbero complicate con l’ingresso nel dominio fiorentino[27].

Negli anni Quaranta infatti la dominante ribassò d’autorità il corso del bolognino. Del provvedimento tuttavia non c’è traccia nella documentazione Borghese, e anche questo è significativo; ne abbiamo notizia invece da una lettera degli officiali della zecca del novembre 1447 in cui in pratica si cassava il provvedimento. Tale lettera era in realtà la risposta a una richiesta degli oratori Borghesi che avevano sottolineato come gli stranieri che si recavano nel paese “non li [scil. i bolognini] vogliano spendere per meno che l’usato e cusì non mercatano cum li homini de costì”. Le necessità commerciali erano dunque una delle leve che Sansepolcro poteva usare per volgere a proprio favore le trattative con Firenze. Questo stato di cose tuttavia alla lunga scontentò la dominante, che negli anni Sessanta pretese che almeno una parte dei pagamenti ai propri officiali mandati a Sansepolcro fosse fatta in moneta fiorentina e non locale, o almeno “a la valuta fiorentina”. L’accenno fa probabilmente riferimento all’uso che appare attestato negli anni Trenta-Quaranta di pretendere i pagamenti in fiorini di 41 bolognini dai debitori comunali e poi di versare gli stipendi a dipendenti e officiali in fiorini di 40 bolognini, trucco contabile che certo doveva riuscire assai sgradito ai fiorentini mandati a reggere il Borgo. Temporaneamente tuttavia sembra che il ribasso del bolognino sia stato accettato, almeno nell’appalto delle gabelle del 30 novembre 1464, salvo ribassare anche il corso del fiorino largo, vanificando così in pratica la richiesta fiorentina[28].

 

  1. La struttura finanziaria del comune di Sansepolcro

È probabile che fino all’avvento della signoria malatestiana le finanze del comune di Sansepolcro fossero gestite in maniera semplificata ed empirica, contrattando di volta in volta con i dominatori del centro il grado di autonomia finanziaria e le competenze del signore. Nel 1371 comunque l’arrivo di Galeotto Malatesti e le consuetudini di governo di un dominio sovracittadino incisero nell’indirizzare una riorganizzazione amministrativa che forse proseguiva già una tendenza naturale dello stato regionale in fieri, visto che troviamo una situazione simile in molti altri comuni soggetti dell’Italia centro-settentrionale. L’amministrazione finanziaria infatti fu divisa fra due diversi organismi, con compiti e ingressi distinti, la camera comunale propriamente detta e la camera signorile in loco, o depositeria. Questo secondo ufficio naturalmente non si deve confondere con la camera signorile centrale, che aveva sede presso la corte, poiché almeno teoricamente era una emanazione di questa. Il personale amministrativo preposto alla depositeria era svincolato, sempre in linea teorica, da qualsiasi legame con il comune e il suo ceto dirigente, e rispondeva esclusivamente al signore, o meglio al tesoriere centrale che lo rappresentava e che in genere ne proponeva la nomina[29].

Se questa è una realtà abbastanza ben documentata per vari comuni soggetti, a Sansepolcro si nota una rigida bipartizione, sempre in teoria, fra i compiti di queste due camere: il signore infatti si accaparrava le entrate indirette, che tuttavia con il loro grado di ordinarietà erano le più sicure, oltre che le più cospicue data la vivacità economica del centro. Tali ingressi, in Toscana chiamati gabelle (mentre in Lombardia sono definiti dazi), proprio perché ordinari permettevano il pagamento del bilancio ordinario, vale a dire in genere il pagamento di officiali signorili, guarnigione e manutenzione delle difese, interesse precipuo dei Malatesti[30].

Alla camera comunale restavano le entrate dirette (in Toscana chiamate dazi), che andavano a colpire la ricchezza immobiliare degli abitanti; esse per tutto il Medioevo a Sansepolcro non persero il loro carattere di straordinarietà. Con questi ingressi il comune doveva fronteggiare le restanti spese, che tuttavia proprio per il carattere delle entrate che dovevano coprirle furono sempre sentite come straordinarie, anche se ripetute di anno in anno[31].

La documentazione prodotta in loco si riferisce appunto a questi bilanci straordinarii, poiché proprio perché amministrati fuori dal controllo del comune quelli ordinari lasciarono scarsa traccia nella documentazione locale e quella signorile – e poi fiorentina – è andata in massima parte perduta. Abbiamo infatti numerosi registri dell’amministrazione centrale malatestiana, conservata nei famosi Codici Malatestiani che sono a Fano, ma essa per il suo carattere riassuntivo mostra in pratica solo una cifra per ogni anno riguardante Sansepolcro: è evidente che essa faceva spesso riferimento a una contabilità più dettagliata tenuta in loco dal depositario, che tuttavia per il periodo malatestiano è andata quasi sempre perduta. È sopravvissuta invece per soli quattro anni (oltretutto non completi) in cui Sansepolcro fu soggetta al dominio pontificio, ma naturalmente questi pochi dati non permettono un’elaborazione statistica, ma semmai un confronto con le amministrazioni precedenti e successive[32].

Oltretutto proprio per la sua stabilità e anche anelasticità di fronte al mutare dei bisogni tale amministrazione non è particolarmente significativa ai fini della definizione di linee di tendenza e fluttuazioni congiunturali. La lacuna è indubbiamente più significativa per quanto riguarda il personale coinvolto in tale amministrazione, a cominciare dai depositari, ma con particolare riguardo agli appaltatori delle gabelle, poiché laddove i dati ci sono dimostrano una sostanziale identità di questi ultimi con gli appaltatori dei dazi, pur con le dovute differenze[33].

Nel complesso tale struttura amministrativa durò per tutto il periodo in esame e probabilmente anche oltre, anche se non mancarono aggiustamenti. Innanzitutto la figura del depositario, che già a partire dai primi anni del XV secolo era stata sempre più spesso di provenienza locale, per quanto di nomina signorile, con il passare degli anni fu sempre più integrata nell’amministrazione comunale, che con Firenze ne ottenne il diritto di nomina e di sindacato. Nel 1442 poi, facendo seguito a un periodo di grave crisi finanziaria del Borgo, che aveva accumulato numerosi debiti con entrambe le camere, la città del Giglio accolse le richieste del paese e riorganizzò la camera fiorentina (erede di quella signorile), chiarendo il quadro di entrate e uscite di sua competenza (pianificando dunque le somme previste per gli appalti), con un documento, la tabula expensarum, che è per noi la più preziosa fonte per questo periodo. La tabula infatti fu modificata a più riprese per permettere l’inserimento di ulteriori spese fra quelle ordinarie, ma nella sostanza rimase intatta per tutto il periodo preso in esame[34].

Diverso risulta il discorso per la camera comunale propriamente detta, su cui siamo più ampiamente informati grazie alla sopravvivenza del Libro Rosso. A tale proposito bisogna tuttavia precisare che il Libro Rosso era il testo contabile ufficiale del comune (fungendo un po’ anche da memoria comunale), ma non il registro contabile del camerario. Il libro in questione infatti era tenuto dal cancelliere comunale, che quindi era dotato di competenze amministrative e non solo notarili, sulla base delle indicazioni fornite dal camerario, che teneva un’altra serie di registri, più dettagliati, che sono tuttavia andati perduti. Il Libro Rosso infatti non fa uso della partita doppia, ma di un sistema più rudimentale in cui a ogni debitore o creditore era intestata una partita semplice in cui si susseguivano debiti e crediti fino al pareggiamento dei conti[35].

Ciò che tuttavia può spiegare questa anomalia è la scarsa rilevanza che per lungo periodo ebbe la figura del camerario comunale. La costante pratica dell’appalto dei dazi e l’intromissione politica delle massime magistrature comunali (i quattro Officiali del Bene pubblico, poi Magnifici Conservatori), ma spesso anche di magistrature ad hoc, create per fronteggiare le ricorrenti crisi annonarie, facevano sì che il camerario fosse spesso scavalcato e il denaro non passasse affatto per le sue mani. Se si escludono infatti i periodi di amministrazione diretta dei dazi, limitati a pochi anni e poi assenti dall’arrivo di Firenze, in pratica i Conservatori o i Sovrintendenti all’Abbondanza (gli officiali annonari) rilasciavano mandati di pagamento per i creditori del comune direttamente ai dazieri, o appaltatori, che pagavano senza coinvolgere i camerari[36].

Tale situazione, spia di un costante interesse politico per la gestione delle finanze comunali, fu tuttavia fonte di malversazioni e abusi, talvolta anche in buona fede, poiché i Conservatori emettevano cedole di pagamento (apodisse, nella fonte) spesso anche oltre le disponibilità reali. Furono tentati rimedi contro questo stato di cose, emanando leggi che nella loro ripetuta severità fanno dubitare della loro effettiva applicazione, ma l’impasse non fu superata se non alla fine del periodo preso in esame, quando con l’appoggio fiorentino la camera comunale fu trasformata in tesoreria. Il provvedimento del 1458 che istituiva la nuova magistratura non era in effetti rivoluzionario, poiché i compiti di questa figura non erano differenti da quelli del camerario, ma accogliendo di fatto le istanze delle leggi degli anni passati restituiva nella realtà al tesoriere quelle attribuzioni che il camerario non aveva potuto esercitare se non ad intermittenza[37].

 

  1. Bilanci ordinari e straordinari

Come abbiamo detto i bilanci ordinari e quelli straordinari a Sansepolcro erano competenza di due diverse camere e avevano una differente tenuta contabile. Tenendo presente che nel periodo fiorentino la camera comunale fu chiamata come responsabile degli eventuali passivi di quella fiorentina, non ostanti le ripetute proteste del ceto dirigente locale, possiamo comunque dire che tranne rari casi il nesso fra bilancio ordinario e comune fu indiretto, poiché il depositario agiva con una certa autonomia e le gabelle furono quasi sempre appaltate a personaggi locali. Il complesso delle gabelle, molto articolato, subì in realtà alcune variazioni durante il periodo preso in esame, anche se le principali voci di entrata risultarono sempre la gabella grossa o della mercanzia, che colpiva tutti gli ingressi di merce nel paese, quella della macina e biado, che colpiva l’attività molitoria e il trasporto di grani, quella della carne e del macello, quella del vino, quella dell’olio, quella della legna e quella della piazza, che colpiva le vendite effettuate nella piazza del mercato[38]. Ad esse si sommava l’imposta del sale, che aveva come in altri comuni un carattere misto, configurandosi come una vendita in regime di monopolio ma con quantità minime per “bocca”, cioè per componente di ogni nucleo familiare. Per l’epoca malatestiana abbiamo alcune cifre che fanno ammontare il complesso delle entrate attorno alle 15.000 lire cortonesi, cioè circa 3.000 fiorini Borghesi (d’ora in poi se non specificato altrimenti intenderemo sempre il fiorino di conto di Sansepolcro). Bisogna tuttavia rilevare che i patti di appalto superstiti dimostrano una notevole oscillazione attorno a queste cifre, che potevano crescere anche del 15-20% in casi fortunati[39].

I registri superstiti dell’amministrazione pontificia ci danno una situazione simile, ma con cifre relativamente più alte, tanto da sfiorare i 3200 fiorini. Il primo quadro stabile e certo è invece assicurato dalla già citata tabula expensarum del 1442 che proponeva le seguenti cifre minime: la gabella della cassa grossa, della mercanzia e dei contratti, con un reddito previsto di 525 fiorini; quella del macinato con 900 fiorini; quella del vino con 500 fiorini; quella della legna con 120 fiorini; quella delle carni da macellare con 200 fiorini; quella della pesatura dei grani con 30 fiorini; quella dell'olio e della piazza con un uguale importo; quella dei mulini e degli affitti con 100 fiorini, per un totale di 2405 fiorini. A ciò vanno aggiunti i 900 fiorini che avrebbe reso annualmente la gabella del sale, per un totale di 3305 fiorini[40].

Come si vede non solo le singole cifre erano aumentate, ma anche il numero delle gabelle era cresciuto, e la documentazione successiva ci dimostra che in realtà gli ingressi erano quasi sempre superiori, anche se di poco, a tali cifre. Tale fatto già di per sé impone qualche riflessione: si potrebbe pensare che i traffici, su cui le gabelle incidevano, fossero sensibilmente aumentati nel periodo in questione, e la cosa non è del tutto peregrina, poiché lo sviluppo economico è attestato da molte fonti. Ma una causa avviata dal comune contro un appaltatore dei dazi ci dà un indizio in un’altra direzione: la causa infatti verteva attorno all’appalto di un dazio avvenuto subito dopo la fine del dominio malatestiano e riguardava la cifra dell’appalto, ritenuta eccessivamente bassa dal comune, visto che con l’arrivo della Chiesa erano cessate molte esenzioni che tenevano basse le entrate del dazio. Per quanto non si faccia menzione di gabelle è probabile che le esenzioni riguardassero almeno in parte anche esse e che perciò la fine dei privilegi malatestiani abbia inciso anche sulla rendita di queste ultime[41].

D’altra parte gli appalti del 1461 e degli anni successivi dimostrano un ulteriore aumento delle entrate delle gabelle, che oltrepassarono i 3700 fiorini e questo è quasi certamente da imputare a una maggiore vitalità economica, non ostante proprio per questi anni il Fanfani avesse supposto una crisi economica. La cifra era comunque imponente e occorre subito precisare che, come per le economie urbane di maggior rilievo, essa superava largamente l’entrata derivante dai dazi, anche negli anni di maggior pressione fiscale. Anche questo dunque configurava Sansepolcro come una città e non come un centro rurale. Difficile fare un paragone con altri bilanci noti, come quello delle camere fiscali della Terraferma veneta studiato da Varanini, sia perché sono in genere espressi in altre unità di misura, sia perché le camere fiscali accentravano in sé tutte le entrate, comprese quelle straordinarie. Ci sembra comunque che la cifra di Sansepolcro si possa accostare, come ordine di grandezza, a quella di una piccola “quasi città” come Crema[42].

Tale complesso di entrate doveva consentire di pagare soprattutto gli stipendi di officiali e provvisionati, che costituiva la maggiore uscita della depositeria, o camera signorile. Per il periodo malatestiano sappiamo che tale complesso di spese assommava a 2018 fiorini, costituendo quindi una percentuale notevole delle uscite, ma non l’unica. A tale cifra infatti si assommava il “salarium domini”, cioè il compenso del signore, che fu costantemente di 600 fiorini; tuttavia il fatto che talvolta tale somma fosse pagata dalla camera comunale induce a pensare che non sempre la depositeria fosse in grado di provvedervi autonomamente e di conseguenza toccasse all’altra camera supplire a tali carenze[43].

La situazione cambiò durante il periodo pontificio: se i salari degli stipendiati sono sostanzialmente simili (attorno ai 2200 fiorini), non così è per il “salarium domini”, che il papa non prevedeva in via ordinaria. Ci furono indubbiamente numerose contribuzioni per le necessità pontificie, ma trattandosi di esazioni straordinarie esse furono normalmente pagate dalla camera comunale. È quindi ovvio che in linea di massima ciò si traducesse in un aggravio per questa camera e in una situazione meno critica per la depositeria, che difatti fu in grado nei momenti di massima urgenza di effettuare prestiti alla prima[44].

Ancora diversa la situazione che è attestata dalla tabula expensarum del 1442: le spese previste erano di 3327 fiorini annui, divise fra 900 fiorini al capitano e alla sua familia, 2190 alla guarnigione, 36 al depositario e 24 al venditore del sale. A questi 3150 fiorini si aggiungevano poi altre piccoli stipendi ed elemosine, che costituivano una frazione decisamente infima del totale delle spese. Come vediamo dunque la scomparsa del “salarium domini” fece posto sostanzialmente a un cospicuo aumento delle retribuzioni di officiali e provvisionati. Ciò è solo in parte dovuto a un migliore trattamento economico riservato a questi dai fiorentini: la familia del vicario malatestiano era infatti composta da 12 persone (oltre a lui), mentre quella del capitano fiorentino da 22 (sempre oltre a lui). Invece i 5 castellani delle rocche del Borgo che in epoca malatestiana avevano ai loro ordini 40 famuli, in epoca fiorentina ne avevano solo 25, ma lo stipendio medio sia loro che dei provvisionati era notevolmente aumentato[45].

Questo aumento si tradusse in una sostanziale compressione dei margini di manovra della depositeria, che si trovò praticamente priva di residui di cassa fra una gestione e l’altra; a far le spese di questa situazione fu soprattutto la manutenzione delle fortificazioni, che difatti fu trascurata. Quando infatti il comune del Borgo volle por mano a un deciso intervento in questo campo ottenne da Firenze la sospensione di un recente aumento di 100 fiorini dello stipendio del capitano per tutta la durata dei lavori, protrattisi per 12 anni. Tale stipendio si può dunque dire sostanzialmente stabile, poiché nel periodo in esame l’aumento incise solo in pochi anni[46].

Le notizie che abbiamo di contro relative al bilancio straordinario del comune, amministrato dalla camera, sono più complete e non ostanti alcune lacune, possono dare un quadro chiaro per lo meno delle entrate di tutto il periodo. Innanzitutto è da sottolineare che per tale genere di indagini non è tanto la cifra della singola esazione a valere in assoluto, quanto il complesso di quelle imposte nel breve periodo. Per tale motivo abbiamo preferito calcolare il totale delle entrate per anno fiscale, che a Sansepolcro iniziava con il primo di novembre, insieme con l’anno agricolo. Si consideri che il dazio in definitiva colpiva la ricchezza immobiliare rurale e quindi le rese agricole: al Borgo infatti, a differenza che nel regime del catasto fiorentino, l’estimo, su cui venivano imposti i dazi, censiva solo i “tereni acti al'agricultura”, come si esprimeva la legge con cui si pose mano al suo rifacimento nel 1459. Si trattava dunque dei complessi fondiari extraurbani, cosa spiegabile vista la predominanza di un’oligarchia mercantile nel comune[47].

Anche così comunque, non ostanti alcuni dati parziali o assenti, si può osservare un’oscillazione veramente notevole, che bene rende conto della straordinarietà di tale bilancio. Se in alcuni anni infatti il dazio fu addirittura assente, in altri raggiunse cifre notevoli, con punte oltre i 1600 fiorini. La media annuale si situa attorno ai 711 fiorini, ma dietro tale cifra stanno entrate molto alte per tutti i primi 15 anni (con poche eccezioni) e quindi una netta discesa, interrotta da una ripresa alla fine degli anni Quaranta, un’ulteriore discesa e quindi un assestarsi su cifre medio basse a fine periodo (inferiori alla media generale)[48].

Più del bilancio ordinario infatti quello straordinario era legato alle necessità del momento e in queste furono preminenti le spese militari o per la manutenzione delle strutture difensive del paese, accentrate soprattutto in alcuni anni. Il meccanismo dell’imposizione era tale infatti che i dazi venivano decisi raramente con notevole anticipo e spesso in ritardo rispetto al manifestarsi delle esigenze. Alcune spese più o meno stabili, come il salario di un medico e di un maestro di scuola, furono quindi fronteggiate in maniera differente a seconda delle altre spese e degli eventuali residui di cassa. Anche le crisi annonarie furono affrontate in maniera differente, poiché non sempre il comune ricorse a imposizioni straordinarie (per esempio nella carestia del 1442), ma ad altre misure. Si può ancora notare come tali cifre fossero comunque inferiori alle entrate provenienti dalle gabelle che come abbiamo detto si situavano normalmente ben oltre il doppio di quelle provenienti dai dazi[49].

 

  1. Imposte dirette e indirette

Dopo quanto abbiamo detto è evidente che l’impatto delle imposte sulla cittadinanza fosse assai diversificato, poiché la preminenza delle entrate indirette, come nelle altre città medievali italiane, colpiva maggiormente le classi più umili. È sempre difficile del resto valutare appieno la portata delle gabelle sulla popolazione e solo alcune notizie indirette ci attestano il malumore che esse provocarono almeno in un caso, motivando forse una rivolta antimalatestiana[50].

L’aumento delle gabelle, sia nel numero sia nel complesso, fu indubbiamente dovuto a una crescita economica, ma presupponeva comunque anche una situazione sociale più stabile, ed è quindi ovvio che i periodi di guerra fossero incisivi su questo stato di cose. Anche durante l’epidemia degli anni 1455-56 (che difatti sono privi di dati riguardanti i dazi), le gabelle dovettero essere appaltate per cifre minori, dato che i traffici erano sicuramente rallentati[51].

Possiamo osservare meglio queste fluttuazioni sui bilanci straordinari, che per quanto dettati dalle necessità contingenti erano comunque legati alla situazione economica e sociale del paese. Anche in questo caso abbiamo calcolato il saggio di imposta annuale, relativo agli anni fiscali del periodo preso in esame. Benché anche qui la media annuale sia relativamente modesta, pari a quasi 35 denari per lira d’estimo (circa il 14,5% del coefficiente catastale di ogni singolo contribuente), le cifre che stanno dietro a tale media sono assai disparate. Le cifre del primo periodo sono invero le più alte, con punte oltre gli 80 denari (circa il 33% del coefficiente catastale), e si mantengono comunque su livelli piuttosto alti fino ai tardi anni Trenta del secolo, per poi stabilizzarsi su cifre inferiori alla media, tranne un’impennata nei tardi anni Quaranta[52].

Un andamento più lineare, pur con la conferma di momenti di maggior pressione fiscale, si può desumere dalle medie quinquennali, fissa e mobile, che abbiamo calcolato e che mostrano comunque inequivocabilmente come il periodo fiorentino vedesse un progressivo alleggerimento della pressione[53].

Dobbiamo considerare che il meccanismo di alliramento del comune di Sansepolcro, lungi dall’essere equo, favoriva soprattutto i grandi proprietari, prevedendo anche una componente di valutazione “ad personam” (difatti gli “officiali del catasto”, come li chiamava un contribuente, non erano tecnici, ma espressione del ceto dirigente). Anche così l’imposizione di un dazio poteva incontrare molta resistenza nei consigli, in cui sicuramente non erano presenti solo i grandi proprietari[54].

Come abbiamo notato in altra sede l’aumento delle imposte nel biennio 1416-7 non può essere considerato causa diretta della rivolta scoppiata nell’autunno del 1418, poiché proprio quest’anno era stato volutamente contenuto; tuttavia bisogna considerare che andava a colpire una popolazione già provata e che comunque gli organizzatori del tumulto ebbero buon gioco a cavalcare il malcontento[55].

Negli anni Venti e Trenta del secolo il comune ricorse spesso a metodi alternativi per procurarsi contante, e cioè principalmente a prestanze e prestiti da singoli finanziatori (principalmente i banchieri ebrei del Borgo). È ovvio che in entrambi i casi si trattasse solo di palliativi, dato che i soldi anticipati andavano restituiti, ma tali metodi avevano evidentemente un costo sociale meno elevato, oltre a offrire una immediata disponibilità di contante. Un estemporaneo tentativo di commercio da parte del comune, che voleva approfittare della competenza e dei legami dei membri del ceto dirigente con gli affari e il mercato di Arezzo, si risolse in una perdita secca di oltre 33 lire (oltre 6 fiorini) e non fu più ritentato, a quanto ne sappiamo[56].

Con l’arrivo dei fiorentini le prestanze furono sistematicamente evitate e il ricorso ai finanziatori ebrei si fece più raro, nel quadro di una completa riorganizzazione delle finanze che culminò con la già menzionata tabula expensarum. Anche così nei consigli ci furono talvolta resistenze all’imposizione di dazi e talvolta si preferì ricorrere alle finanze dei luoghi pii gestiti dal comune[57]. Col 1461 comunque il rifacimento dell’estimo, vecchio di oltre 130 anni, garantì un gettito maggiorato, oltre a una maggiore equità fiscale, e permise di ridurre la pressione fiscale. La ricchezza fondiaria complessiva del Borgo non era infatti disprezzabile, aggirandosi sui 5000 fiorini di coefficiente catastale (che corrispondeva in teoria a un valore effettivo della terra di 160.000 fiorini), ma il problema maggiore era costituito da abusi e esenzioni[58].

Già abbiamo fatto menzione di una causa fra il comune e un appaltatore di dazi a proposito dell’appalto di uno di questi immediatamente dopo la fine del dominio malatestiano. In essa si affrontava direttamente la questione delle molte esenzioni personali durante il periodo precedente, che avevano tenuto basso il gettito dei dazi; un simile problema si presentò nel periodo di dominazione milanese, fra 1438 e 1440, poiché il Piccinino concesse anche egli numerose esenzioni, poi cancellate al ritorno sotto la Chiesa. Stupisce tuttavia che tali esenzioni, di cui abbiamo l’elenco, non fossero in massima parte dirette verso esponenti del ceto dirigente, ma verso personaggi tutto sommato marginali, le cui proprietà non potevano rappresentare una frazione significativa della ricchezza immobiliare del paese. È anche vero che l’elenco che abbiamo si riferisce solo alle esenzioni cessate e che quindi altri nomi più illustri potrebbero celarsi in quel gruppo di personaggi che seppe farsi benvolere anche dalla Chiesa[59].

Forse però il problema più grosso era costituito dall’inesattezza delle poste dell’estimo, come almeno affermavano in linea teorica i legislatori che decisero il suo rifacimento nel 1459. L’estimo precedente infatti era stato compilato verso il 1330 e da allora erano stati compiuti solo aggiornamenti (l’ultimo nel 1430) ricopiando tutte le correzioni nel frattempo aggiunte ai registri precedenti. L’inadeguatezza di tale sistema è macroscopica, poiché le poste erano comunque intestate a personaggi morti da decenni (quando non a famiglie estinte) e le terre erano valutate secondo criteri produttivi vecchi di oltre un secolo. In questo modo si può apprezzare maggiormente l’ampio lavoro di rifacimento dell’estimo iniziato nel 1459 e completato nel 1461 (ma per le ville del distretto nel 1474), comportante una rimisurazione e rivalutazione dei beni. Tale operazione ebbe indubbiamente un costo notevole, ma si giustificò non solo con un gettito maggiorato (e infatti le offerte degli appaltatori crescono dopo il 1461), ma anche con una maggiore equità nell’imposizione[60].

 

  1. Il ceto dirigente

Finora abbiamo parlato di cifre e istituzioni, ma le fonti disponibili permettono un ulteriore passo, che consenta un’analisi sociale di quanti avessero un qualche ruolo economico nel comune Borghese. Per verificare tuttavia il rilievo politico e gli intrecci del potere che lo legavano a quello economico è opportuno definire l’oggetto della ricerca e in tal modo chiamare in causa quello che può essere definito ceto dirigente di Sansepolcro. Solo dopo questa premessa sarà possibile verificare la consistenza del “gruppo finanziario” e le sue intersezioni con il ceto dirigente. Cercheremo in definitiva di sostanziare espressioni come potere politico (inteso in senso lato) e potere economico, che potrebbero risultare astratte, mostrando le loro reali articolazioni e la loro consistenza: non si deve infatti dimenticare che dietro cariche e società c’erano persone, o meglio, data la realtà tardomedievale, gruppi familiari[61].

Quella sul ceto dirigente di Sansepolcro dunque è una ricerca che è già stata svolta da chi scrive e perciò si rimanda ampiamente il lettore alle considerazioni già espresse in altra sede e alle premesse metodologiche che hanno animato tale ricerca. Possiamo comunque indicare come il momento fondante di un ceto dirigente, inteso come gruppo di governo parzialmente chiuso e formalizzato, ma ancora non sclerotizzato in un’aristocrazia di diritto, si situi nel 1390, nel pieno di quel dominio malatestiano che per più risvolti fu il periodo iniziale di una trasformazione di Sansepolcro da libero comune (occasionalmente soggetto a più signori) a entità facente organicamente parte di uno stato regionale[62].

In quell’anno Carlo Malatesti, che reggeva il paese per il fratello Galeotto Belfiore, allora minorenne, stabilì di riformare i precedenti consigli creando il consiglio del popolo, come unico organo consultivo-esecutivo. La novità non era tanto nel nome (è quasi certo che un consiglio del popolo sia esistito a più riprese nei centocinquanta anni precedenti), quanto nelle modalità della sua composizione e del suo reclutamento. Su indicazione dei personaggi di rilievo di allora e con l’ausilio del vicario malatestiano furono infatti imborsati 300 nominativi, divisi in 15 cedole da venti nominativi ciascuna (da cui anche il nome di consiglio delle 15 cedole o del vigintivirato). Ogni cedola era poi divisa in due parti, definite di levante e ponente, e facente riferimento alle fazioni guelfa e ghibellina del paese. Ogni quadrimestre veniva sorteggiata una delle suddette cedole che avrebbe costituito il consiglio. In tal modo si aveva una riserva di nominativi più o meno fedeli che avrebbero esercitato di volta in volta la carica di consiglieri; la competizione politica inoltre si spostava al momento della composizione di tali cedole, che venivano rifatte periodicamente una volta esaurite le borse, ma mai in maniera rivoluzionaria[63].

Questo sistema, mantenuto in vigore anche dai successivi dominatori di Sansepolcro creò in pratica un bacino di reclutamento per quasi tutte le cariche comunali; nel periodo fiorentino poi è agevole constatare come a fronte della creazione di una nuova magistratura esecutiva, avvenuta già negli anni precedenti (i Magnifici Conservatori) molte delle incombenze esecutive di maggior portata e che richiedavano uno studio più attento fossero dal consiglio delegate a speciali commissioni o balìe, create ad hoc e composte prevalentemente da personaggi presenti nel gruppo formato dalle 15 cedole (in genere scelti fra quelle non al momento in carica). A tali commissioni si possono poi affiancare le numerose ambascerie mandate non solo ai dominatori del paese ma anche ad altre personalità: anche in questo caso la scelta, per motivi di prestigio, si rivolgeva all’interno di tale gruppo[64].

Per tale motivo la nostra ricerca è stata diretta a individuare e definire tale gruppo e le sue attribuzioni: effettuando una completa schedatura non solo delle cariche comunali, ma anche di quelle delle tre principali confraternite laiche del paese, controllate in buona misura dal comune, abbiamo verificato come il ceto dirigente delineato dalle 15 cedole corrispondesse sostanzialmente (almeno come ordine di grandezza) con il gruppo più attivo nel comune e nelle confraternite, anche se ovviamente più limitati erano i nominativi di coloro che partecipavano da protagonisti alle attività amministrative del paese[65].

C’è da considerare che comunque tale ordine di grandezza appare piuttosto elevato, dato il livello demografico del paese. Su di una popolazione di circa 4500 abitanti (verso gli anni Venti del ‘400), ma soprattutto su di un numero di atti alle armi di quasi 1700 (nel 1452), trecento maschi adulti attivi politicamente costituiscono un grado di rappresentatività piuttosto elevato (pari a circa il 17,7 % del totale), considerato soprattutto che le norme statutarie prevedevano limitazioni all’esercizio simultaneo di cariche fra consanguinei. Il gruppo così individuato presenta una notevole varietà di situazioni: molti sono i mestieri (quelli dichiarati nelle fonti), fra cui prevale quello di speziale, che al Borgo aveva una rilevanza non solo economica, ma anche in fatto di prestigio (e infatti molti mercanti si definiscono tuttavia speziali). Non mancano naturalmente giudici e notai, come pure esponenti di antica nobiltà che possiamo probabilmente definire rentiers, affiancati però da fabbri, macellai e sarti[66].

Anche le famiglie rappresentate sono piuttosto varie: accanto ai nomi delle più antiche di origine signorile, come Dotti, Graziani, Pichi e Bofolci, ce ne sono di nuove, di recente ascesa come i Carsidoni o ancora in crescita come i Della Francesca (il cui esponente più famoso, ma non il più attivo, è il celebre pittore), i Largi, i Boddi e i Foni. Particolarmente significativo è poi il fatto che siano abbastanza rappresentate anche famiglie prive di cognome (cosa che crea qualche problema di identificazione), evidentemente ancora in fase di affermazione politica, ma già attivissime: per esempio i discendenti di ser Feo e quelli di Nanni di Tano. L’idea di dinamica sociale che questa panoramica offre è confermata dall’osservazione che non sono necessariamente i membri delle famiglie più antiche ad essere più attivi nel comune, così come non sono necessariamente i più forniti di beni fondiarii (ricordiamo che l’estimo non censisce i beni urbani, né quelli mobili). Per il gruppo dirigente si può dunque osservare che le leve del potere politico non risiedevano più nel possesso fondiario, né, come vedremo, erano direttamente connesse con il potere economico[67].

 

  1. Il gruppo finanziario

Il ricco materiale riguardante l’amministrazione finanziaria di Sansepolcro nel periodo considerato e gli appalti di gabelle e dazi permette di delineare abbastanza compiutamente quello che definiremo il “gruppo finanziario”, formato cioè da personale incaricato di compiti finanziari all’interno del comune e dagli appaltatori, tutti coloro cioè che maneggiavano il denaro delle istituzioni urbane e che per tale motivo dovevano avere competenze specifiche, oltre a una certa disponibilità di contante[68].

La schedatura che abbiamo effettuato mostra a prima vista una sorprendente varietà, poiché i personaggi considerati sono oltre un centinaio, percentuale notevole se rapportata alle cifre sopra fornite a proposito del ceto dirigente. A un’indagine più approfondita tuttavia il gruppo si restringe, sia per la presenza di numerosi consanguinei, anzi quasi sempre vere “dinastie finanziarie” attive sul lungo periodo, sia perché l’attività dei singoli personaggi non è omogenea. A nomi presenti solo saltuariamente e magari in ruoli marginali si contrappongono figure di veri professionisti della finanza, in grado di monopolizzare per brevi periodi quasi tutte le operazioni economiche del comune. Tale competenza specifica era del resto esplicitamente riconosciuta dalla stessa istituzione che prima del rifacimento completo dell’estimo di cui si è detto cercò di affidare a una ristretta cerchia di personaggi parziali aggiornamenti, proprio per la dimestichezza che avevano con questa fonte[69].

La prima osservazione che si può fare a proposito di questi nomi riguarda la presenza limitata di membri dell’antica aristocrazia del paese, poiché solo Pichi, Dotti, e Carsidoni possono dirsi veramente protagonisti della scena finanziaria. Si può poi notare che quest’ultima famiglia era in realtà di affermazione piuttosto recente, dovuta alle fortune del mercante Giubileo nella seconda metà del Trecento, come ha mostrato Fanfani. Pichi e Dotti sono poi presenti, ma in virtù della ramificazione delle famiglie, possiamo affermare che solo alcuni rami sono effettivamente da considerare attivi a pieno titolo; per i Pichi oltretutto il personaggio più attivo è Salvi di Artino con i suoi discendenti, ma sappiamo che il legame familiare di questo ramo con il ceppo principale era nel Quattrocento ormai molto tenue, tanto che il cognome non fu quasi mai usato. Altre famiglie che abbiamo visto attive nel comune si trovano fra questi nomi, ma sono normalmente in posizioni meno significative, come Roberti, Bocognani o Largi, in genere scelti proprio dal gruppo dirigente cittadino con funzioni di controllo, potremmo dire “politiche”. Certo non mancano finanzieri protagonisti di carriere di rispetto nelle istituzioni comunali, ma tranne alcune eccezioni non possiamo considerarli i veri artefici della politica urbana[70].

Alcuni esempi possono meglio chiarire questo punto: i Foni sono infatti protagonisti a tutti gli effetti della vita comunale. Famiglia di allevatori e macellai di grosso calibro, i suoi membri esercitano praticamente tutte le cariche dell’organico comunale, anche a più riprese; Bartolomeo di Nardo poi, come abbiamo mostrato in altra sede, può essere considerato un leader nel suo campo, capace di guidare la corporazione dei beccai in uno scontro frontale con il comune e di uscirne vincitore, difendendo gli interessi del settore. Il loro coinvolgimento nel mondo della finanza è tuttavia limitato e soprattutto Antonio, fratello di Bartolomeo, si dimostra assai interessato all’appalto della gabella della carne e del macello. È ovvio tuttavia che in questo caso più che la speculazione finanziaria ad Antonio interessasse la gelosa difesa delle prerogative della corporazione di cui faceva parte; il suo compito come gabelliere doveva poi essere facilitato dalla approfondita conoscenza del settore[71].

Viceversa Agnilo d’Artino di Santi Pichi e soprattutto il fratello Salvi e il nipote Parigi sono fra i personaggi più attivi del gruppo dei finanzieri: Salvi appaltò cinque dazi, esigette tre prestanze, fu gabelliere straordinario e due volte venditore del sale fra 1423 e 1444, mentre Parigi appaltò sette dazi fra il 1449 e il 1458. Le loro carriere politiche tuttavia, per quanto non disprezzabili in assoluto, non possono essere paragonate a quelle dei Bofolci, Boccognani o Dotti: Salvi raggiunse il conservatorato (la massima carica civica) solo una volta nel 1444 e fu membro del collegio dei 12 (la seconda carica) una volta l’anno precedente, mentre Parigi è addirittura assente dall’organico comunale, avendo fatto parte una sola volta di una commissione nel 1451 ed esercitato una sola volta il ruolo di Priore per la Fraternita di s. Bartolomeo nel 1470. Agnilo poi non ebbe neanche questo ruolo, ma approfittando del suo mestiere di speziale nel 1433 comprò cera vecchia dalla stessa Fraternita (la cera vecchia, che il sodalizio ritirava dopo i funerali per antico privilegio, veniva venduta a speziali che la rimodellavano e poi la rivendevano come nuova)[72].

Niccolò del maestro Niccolò appaltò ben 12 dazi fra 1419 e 1443 e ne gestì altri tre in qualità di socio dell’appaltatore, essendo comunque spesso presente agli appalti che non vinse, come prova il guadagno di vices, il premio di partecipazione all’asta, per ben tre volte. A ciò aggiunse tre appalti di gabelle, sempre nello stesso periodo. Per il comune tuttavia non esercitò se non due volte la carica di membro del collegio dei 12, partecipando poi anche a una commissione speciale o balìa, fra 1440 e 1443[73].

Simili osservazioni si possono fare per Nanni di Cesco e per Francesco di Giovanni di Cesco (il loro grado di parentela non è certo, ma la cronologia rende improbabile che il secondo fosse figlio del primo): a fronte dei numerosissimi appalti (17 per Nanni, 5 per Francesco), sta l’inconsistenza della carriera politica di entrambi, limitata a una commissione nel 1446 e a un priorato della Fraternita di s. Bartolomeo nel 1469 per il solo Francesco (ma Nanni era stato fattore di Carlo di Pietramala, signore di Citerna, nel 1418 e nel 1419)[74].

Non si tratta naturalmente di personaggi emarginati dalla vita politica del paese, poiché quasi tutti i personaggi che abbiamo citato, come gli altri schedati, erano presenti nelle 15 cedole, o erano parenti stretti di un membro delle stesse, sedendo dunque nel consiglio più largo quando la loro cedola era sorteggiata. Ma la vita politica effettiva sembra preclusa ai personaggi più attivi nella finanza comunale, che dunque costituivano un gruppo a parte, in buona misura chiuso anch’esso, come dimostra la rete di solidarietà attestata dalle compagnie e dalle fideiussioni che ogni appaltatore doveva presentare. Non stupirà dunque che solo raramente i personaggi presentati abbiano esercitato il ruolo di camerario comunale, non ostante la larga esperienza finanziaria e contabile che potevano certamente offrire, poiché tale carica fu soprattutto politica[75].

 

  1. Gli appalti: personaggi e società di rilievo

Accanto ai personaggi che abbiamo or ora presentato, compare un’altra manciata di nomi veramente attiva nel gruppo dei finanzieri. Si tratta principalmente di Gianguido Dotti e di suo figlio Bartolomeo, Ventura di Arciprete di Ghigarello di Nese, Nese di Matteo di Nese, Giovanni di Francesco di Giovanni del maestro Berardino, Matteo del maestro Pace con il figlio Fabrizio, Uguccio di Nofri da Lussemburgo e Giacomo di Stefano di Giovani Biancalana. Per dare un’idea della loro attività si può indicare che nel cinquantennio preso in esame furono esatti 113 dazi (con una media dunque superiore ai due annui), che fruttarono un totale di 32.015,7 fiorini (il totale ovviamente non tiene conto delle lacune e della parzialità di alcuni dati). In realtà tuttavia solo 101 di questi dazi furono veramente appaltati, per una cifra complessiva di 27.841,4 fiorini. Di questi i personaggi che abbiamo indicato ne appaltarono 81, per una cifra complessiva di 21.546,4 fiorini. È evidente dunque che se in un cinquantennio 10 gruppi familiari furono in grado di appaltare l’80% in quantità e il 77,4% in valore dei dazi di Sansepolcro non si potrà forse parlare di monopolio ma neanche di libera competizione sul mercato finanziario[76].

Il sistema d’appalto in vigore nel paese del resto favoriva i legami fra i partecipanti. Tale sistema, usato anche per le gabelle, era chiamato “della candela accesa” ed è avvicinabile ad altri sistemi usati in altre città del tardo Medioevo italiano. Una volta stabilita l’imposizione del dazio, i Magnifici Conservatori (in epoca fiorentina) provvedevano a deciderne l’entità, indicando il saggio di imposta e la base d’asta, calcolata in fiorini per denaro di imposta. È chiaro che con una semplice moltiplicazione fra queste due cifre si poteva immediatamente ottenere il totale che il dazio avrebbe reso. Talvolta queste operazioni, come il successivo appalto, erano demandate a speciali commissioni incaricate di ciò, specie se il dazio doveva coprire soprattutto una spesa specifica: quando ad esempio occorreva stipendiare il medico condotto erano in genere coloro che lo avevano scelto a occuparsi del dazio, assicurando dunque una copertura finanziaria al loro operato. Il giorno dell’appalto gli officiali incaricati dell’appalto, chiamati venditori (anche quando coincidevano con i Conservatori o con gli elettori del medico, come nell’esempio che abbiamo fatto), accendevano una candela per dare inizio alle licitazioni, che sarebbero durate fino allo spegnimento della candela. Dopo la prima offerta tutte le altre dovevano comprendere oltre a una maggiorazione per il comune un premio di partecipazione per i precedenti offerenti, chiamato vices (o veci). In questo modo dando un limite di tempo all’asta e promettendo un premio a tutti gli offerenti si motivavano indubbiamente i partecipanti. I vincitori dell’asta dovevano poi presentare idonei fideiussori della loro solvibilità (in genere due) e quindi giurare di fronte agli officiali del comune di svolgere il loro compito senza abusi[77].

Il compito dei fideiussori tuttavia non era puramente tecnico: sappiamo che in alcuni casi il comune pretese da questi il rispetto delle condizioni di pagamento non soddisfatte dagli appaltatori; in altri casi i fideiussori effettuarono pagamenti per gli stessi appaltatori, rappresentandoli a tutti gli effetti. Sia questo fatto, sia il conferimento di vices, favorivano la presenza di compagnie o società, anche per garantire la sufficiente disponibilità di cassa. L’appaltatore infatti doveva in genere provvedere immediatamente o a breve ai pagamenti più impellenti, e solo le rate successive sarebbero state coperte dall’iniziata riscossione. Tutte queste condizioni erano in genere contemplate nei capitoli d’appalto, dove non era del resto infrequente trovare una clausola che accordava dilazioni ai cittadini morosi: si stabiliva in questi casi che la riscossione sarebbe iniziata a una certa data, ma che l’appaltatore avrebbe potuto citare gli insolventi solo da una data successiva (nel linguaggio tecnico “dare al cavaliere”, cioè consegnare la citazione al collaboratore dei vicari o capitani incaricato delle procedure civili)[78].

Nella composizione delle società, come nella presentazione dei fideiussori, non stupisce trovare sempre gli stessi nomi, proprio perché i legami fra questi personaggi erano stretti (talvolta anche per motivi familiari). Forse è per tale motivo che l’andamento dell’offerta negli appalti si dimostra assai stabile, oscillando fra un minimo di 18 e un massimo di 24 fiorini, ma attestandosi molto più spesso attorno ai 20. Abbiamo infatti una tendenza al ribasso solo alla fine degli anni Venti, all’inizio degli anni Quaranta e all’inizio degli anni Cinquanta, mentre negli altri periodi l’offerta si mantiene stabile, riportandosi presto ai livelli normali. L’unico indizio di un cospicuo aumento si può scorgere all’inizio degli anni Sessanta, quando la redazione del nuovo estimo dovette fornire maggior forza contrattuale al comune, altrimenti costretto ad accettare le condizioni delle società di appaltatori[79].

La più potente di queste fu certamente composta da Salvi d’Artino e Nanni di Cesco. Per quanto non attestata per l’intero periodo, è probabile che un qualche legame fra i due personaggi e fra i loro consanguinei durasse a lungo, poiché la presenza dell’uno alle operazioni dell’altro (o dei loro parenti) è praticamente una costante. Si pensi che Nanni di Cesco, Francesco di Giovanni di Cesco e suo figlio Giovanni di Francesco, appaltarono in tutto 23 dazi per un totale 5291,5 fiorini, dimostrando quindi una notevole disponibilità di contante. Salvi d’Artino, suo fratello Agnilo e suo figlio Parigi, appaltarono invece 12 dazi per un totale di 2283,7 fiorini. Solo altri due personaggi possono essere accostati a questi per la loro presenza agli appalti: Niccolò del maestro Niccolò, che appaltò 15 dazi (tre in società con altri finanzieri) per un totale di 4918,9 fiorini, e Giacomo di Stefano Biancalana, che appaltò 10 dazi per un totale di 3052 fiorini[80].

Delle modeste carriere politiche dei primi abbiamo già detto: Niccolò fu poco più attivo, partecipando due volte al collegio dei 12 e una volta a una commissione (fra 1440 e 1443), oltre a comprare grano dalla Fraternita nel 1454. Giacomo di Stefano invece oltre a due partecipazioni ai 12 (nel 1444 e 1447) e a una commissione nel 1443, fu anche depositario del Piccinino nel 1439 e camerario comunale nel 1445. Inoltre dimostrò un certo legame anche con i luoghi pii del Borgo, fungendo da priore per la Fraternita nel 1439 e da spedaliere per la confraternita della Misericordia nel 1434. Questa carriera, pur non brillantissima, è già tuttavia un’eccezione nel panorama dei finanzieri Borghesi, come abbiamo visto più interessati al maneggio del denaro che alla politica[81].

 

  1. Attività economiche a Sansepolcro: il ruolo dei finanzieri

Sull’economia del Borgo nel Quattrocento non ostante l’abbondanza delle fonti e qualche studio di un certo valore si sa ancora molto poco. Probabilmente la difficoltà di utilizzo della fonte principale, il notarile, ha finora scoraggiato tentativi di sintesi e si è perciò preferito mettere in rilievo determinati aspetti dell’argomento, come la produzione di guado e il ruolo di mercato non solo locale. Anche questa ricerca, dati i suoi scopi, non ha potuto addentrarsi più di tanto nell’ampia mole di informazioni offerta dal notarile e si è limitata a un esame a campione, crediamo significativo[82].

Da questo campione è emerso come le principali attività a cui erano dediti i Borghesi fossero la lavorazione della lana e il collegato commercio del guado, ma anche quella della carne e una serie di attività tessili minori, comuni in molti centri produttivi del tardo Medioevo, almeno in quelli forniti di un mercato di sufficienti proporzioni, dato che cotone, lino e seta non erano prodotti ovunque. Non mancano naturalmente quelli che furono i pilastri dell’economia medievale, cioè la produzione agricola (e non solo granaria) e il commercio del denaro, spia di un mercato piuttosto vitale; meno importanti invece le attività edilizie e quelle connesse con la lavorazione di legno e ceramica, anche se presenti nelle fonti[83].

La prima impressione che si ricava tuttavia è quella che i grandi finanzieri, specializzati nell’appalto di dazi e gabelle, siano sostanzialmente assenti da altre attività economiche, con qualche eccezione. Sono invece attivi personaggi pur legati al mondo finanziario, ma posti in posizione meno preminente, quali appaltatori occasionali, camerari comunali o esattori di prestanze. Per costoro possiamo ritenere che la professione prevalente fosse altra rispetto a quella finanziaria (e difatti si definiscono in genere mercanti, lanaioli, sarti) e che la gestione della finanza pubblica fosse più un’occasione di singola speculazione che la norma, in nome di una diversificazione degli investimenti che certo doveva dare buoni frutti[84].

Benedetto di Simone Carsidoni, ad esempio, membro di una famiglia mercantile di cui abbiamo già avuto modo di parlare, fu appaltatore del sale nel 1440, anche se appare in posizione subordinata in molti altri atti riguardanti dazi e gabelle, come fideiussore o come testimone. Le sue attività economiche tuttavia dovevano essere molto varie, poiché nel 1436 appare come socio finanziatore di un giupponarius in una compagnia di “deploydum et guarnelli et panni lini et aliorum exercitiorum hucusque more solito factorum inter eos”, con la cifra di 150 fiorini. L’aspetto consuetudinario della società dimostra che questo tipo di investimento doveva essere usuale per Benedetto. Ma nello stesso anno lo vediamo vendere quattro botti di vino a Matteo del m. Pace, membro a tutti gli effetti del gruppo dei finanzieri che abbiamo sopra definito. Sempre nello stesso anno effettua un deposito di 14 ducati d’oro veneziani a un immigrato dal contado tifernate, cifra probabilmente utilizzata per impiantare qualche attività data la rilevanza[85].

L’anno successivo lo vediamo poi contrarre una nuova società con il citato Matteo di Pace per lo sfruttamento della gabella della cassa grossa, con la clausola che i figli dei due personaggi avrebbero tenuto i libri contabili. Questo aspetto formativo si rivelò poi proficuo, poiché sia Antonio di Benedetto, sia Fabrizio di Matteo furono attivi nell’appalto di dazi e gabelle. La società, inoltre, durò almeno fino al 1440, quando furono riviste le ragioni di comune accordo. Come si vede all’interno di un’attività piuttosto varia la gestione della finanza pubblica fu solo una delle scelte di investimento, forse favorita dal rapporto con il detto Matteo, con cui doveva esserci una proficua amicizia. Tre giorni dopo la società di cui abbiamo appena detto lo stesso Matteo comprava una pezza di terra vignata confinante con quella di Benedetto, forse la stessa da cui proveniva il vino comprato l’anno precedente. L’acquisto fu poi pagato in contanti, forse con i soldi appena avuti dallo stesso Benedetto per entrare nella società. È quindi possibile che il rapporto di emulazione funzionasse a doppio senso e che il legame fra i due personaggi portasse a una comune politica di investimenti[86].

D’altronde i legami di Benedetto non erano solo con Matteo di Pace e la sua famiglia: sappiamo di una parentela con i Pichi, mentre molto stretto doveva diventare il legame con gli Acerbi, famiglia di ascendenza nobiliare, dedita soprattutto alla professione notarile e giudiziaria. Nel 1430 infatti Antonio, il già citato figlio di Benedetto, sotto gli auspici del padre prese in moglie Giuditta Acerbi, sorella di Federigo (non sappiamo l’entità della dote, di certo superiore ai 36 fiorini); 10 anni dopo fu Federigo a sposare la sorella del cognato Antonio, Contessina, con la bella dote di 300 fiorini. Federigo, che non dimostra alcun interesse per gli appalti, fu protagonista di una carriera piuttosto brillante all’interno del comune; tuttavia lo zio Francesco di Piero appaltò un dazio nello stesso 1430 ed esigette una prestanza l’anno successivo. Come si vede tuttavia in questo settore della società gli investimenti nella finanza pubblica rimanevano occasionali, subordinati alle attività principali dei vari personaggi: Antonio infatti era prevalentemente un mercante e difatti fu console dell’arte nell’anno 1447-8[87].

Un discorso simile si può fare per Agnilo di Giannino di Agnilo Ugucci, che fu gabelliere della cassa grossa nel 1417, venditore del sale nel 1444 e appaltatore di un dazio nel 1447. Nel 1436 risulta anche aver appaltato la gabella del vino insieme con il notaio ser Pietro di ser Bartolomeo di ser Pietro Dori, ma quali fossero i suoi veri interessi risulta da un atto in cui assumeva, insieme con il socio, Lorenzo di Lorenzo da Coldarco per un anno per vendere vino al minuto e all’ingrosso, promettendogli uno stipendio di 90 lire annue (circa 18 fiorini)[88].

Interessante anche il caso di Sodo di Francesco di Sodo Cittadini, precocemente attivo nella finanza e protagonista di una carriera abbastanza rilevante nelle istituzioni comunali. Gli interessi di Sodo dovevano essere prevalentemente nel campo tessile, visti i numerosi acquisti di guado dalla Fraternita, ma soprattutto vista anche la società che contrasse nel 1436 con Matteo di Alberto di Neri e Niccolò di Marco di Niccolò Campanella nell’arte bambacaria. Sodo partecipava alla società con 240 lire e la bottega che metteva a disposizione degli altri soci, che avrebbero invece messo il lavoro. Notiamo per inciso che essendo Niccolò figlio di Marco, depositario malatestiano per lungo periodo, e fratello di Giuliano, cancelliere comunale a cui fu affidata la stesura degli statuti dal Piccinino (peraltro, crediamo, mai portata a termine), è difficile che la sua opera fosse puramente manuale. Difatti all’atto di scioglimento della società nel 1437 Niccolò ritirò le giacenze di merce, confessandosi debitore di Sodo. Che la società avesse effettivamente funzionato è dimostrato da un acquisto di una grossa partita di 382 libbre di bombace turchese per la somma di 30 fiorini e mezzo, fatto da Niccolò di Bartolo di Gnaldo dallo stesso Sodo[89].

Nello stesso 1437 Sodo acquisiva da Ventura di Arciprete di Ghigarello Guidali (cognome raramente usato da questo ramo della famiglia, vista la condanna del ramo principale nella congiura malatestiana) della terra vignata e soprattutto un complesso di botteghe nella torre di Berta, simbolo dell’aristocrazia consolare del paese, oltre che fulcro commerciale, data la posizione sulla piazza del mercato. Il prestigioso affare era tuttavia probabilmente un prestito mascherato, dato che contestualmente Sodo rilasciava al venditore una promessa di retrovendita valevole tre anni. Ventura d’altronde era un membro del gruppo dei finanzieri, seppure non di spicco, e la necessità della vendita era probabilmente dovuta alla carenza di contante (forse per pagare le rate di un dazio appaltato nel giugno di due anni prima). A far da fideiussore poi per la transazione compariva Matteo del maestro Pace, di cui diremo più diffusamente più avanti[90].

Il giovane Sodo era già interessato alle speculazioni finanziarie fin dall’anno precedente quando ottenne la concessione della canova del sale dal tesoriere apostolico non solo per Sansepolcro ma anche per Città di Castello. Le clausole dell’appalto non permettono di stabilire l’entità dell’investimento, legato al consumo dell’importante alimento; tuttavia l’obbligo di tenere continuamente 500 some di sale nella canova del Borgo (e una quantità a discrezione del tesoriere, ma probabilmente maggiore, a Città di Castello), combinato con la tassa da pagare alla camera apostolica, pari a 50 bolognini la soma, ci mostra un investimento minimo di 25.000 bolognini (più il costo stesso del sale), cioè poco più di 600 fiorini, per il solo Borgo. La concessione, che doveva durare due anni, fu tuttavia revocata dopo soli tre mesi su espressa indicazione del pontefice, che aveva manifestato la volontà che la canova “sit et fiat per Cameram Apostolicam”, cioè in gestione diretta. Dopo le ovvie proteste di Sodo si raggiunse un accordo per cui si permetteva a Sodo di continuare a vendere il sale già importato, pari a 300 salme (la salma era probabilmente un altro nome della soma, visto che entrambe risultano formate da 300 libbre borghesi). Le condizioni dell’accordo sono tuttavia assai interessanti. Innanzitutto perché permettono di sapere quale fosse stato l’investimento iniziale di Sodo, visto che gli furono riconosciute le spese per 50 bolognini la salma, cioè 15.000 bolognini (circa 370 fiorini). Ma questo fatto ci permette di appurare anche quale fosse il ricarico su questo importante alimento, visto che la cifra riconosciuta per le spese è esattamente la stessa che Sodo avrebbe dovuto versare alla camera come tassa. La redditività di questa imposizione, su cui si è soffermata recentemente Patrizia Mainoni, è così confermata oltre il 50% (visto che anche Sodo doveva guadagnare qualcosa; difatti l’accordo prevedeva un salario di 2 fiorini mensili finché fosse durata la vendita). Del resto l’accordo prevedeva che il prezzo finale del sale così venduto fosse di 14 lire e 14 soldi a salma, con un guadagno netto per la camera apostolica di oltre 7 lire, visto che i 50 bolognini delle spese che sarebbero andati a Sodo corrispondevano a poco meno di 7 lire. Da tutto ciò viene confermato l’alto grado di redditività dell’imposta del sale, che giustifica l’ostinazione di Sodo, visto che pochi anni prima, durante il dominio di Niccolò Fortebracci, egli, allora minore, aveva già avuto tale gestione, anche se poi le vicende politiche lo avevano privato di una parte del guadagno. Il nostro giovane finanziere dovette infatti adire i tribunali del Borgo per ottenere una rivalsa sui crediti del passato vicario braccesco e la causa fu lunga e dispendiosa, visto che richiese ben quattro processi[91].

Gli esempi che abbiamo portato mostrano abbastanza bene gli intrecci di interessi che muovevano i Borghesi più attivi economicamente a cercare di partecipare alla gestione della finanza pubblica. Tuttavia si vede bene anche che i personaggi in questione raramente erano parte di quell’élite di finanzieri che abbiamo descritto nel precedente paragrafo e che consideravano gli appalti una speculazione di buona redditività ma non la loro attività principale. Il fatto è che il gruppo più ristretto dei finanzieri è invece quasi assente dai registri notarili. Ciò potrebbe dipendere dalla scelta del campione che abbiamo fatto, ma a un’analisi attenta questa spiegazione non sembra probabile. Nanni di Cesco a esempio si ritrova nelle fonti, ma semplicemente come operarius della chiesa di s. Agostino, cioè in una posizione marginale rispetto al cuore della vita economica, oppure semplicemente negli atti di appalto delle gabelle che sono riportati nelle imbreviature[92].

Anche i due fratelli Salvi e Agnilo d’Artino ricorsero al notaio (in questo caso ser Mario di ser Matteo Fedeli) per la delicata operazione della divisione dei beni comuni, scrivendo due “brevia” con metà dei beni ciascuno, mettendoli “in lembo tunice mei notarii” e facendoli estrarre a un “impuberem”. L’operazione è tale che non si può supporre meno che piena fiducia da parte dei fratelli nei confronti del notaio; eppure essi non compaiono in questa documentazione se non con compiti di modesta importanza, come per esempio quello di estimatore di un’eredità, svolto nel 1443 da Salvi, o di estimatore di una dote, svolto nel 1429 da Agnilo. L’impressione è dunque quella che i finanzieri “puri” si concentrassero quasi esclusivamente sulla gestione della finanza pubblica (il che fra l’altro giustifica la loro alta competenza, richiesta come abbiamo visto dalle autorità per l’aggiornamento dell’estimo)[93].

Unica eccezione di un certo rilievo è costituita da Matteo del maestro Pace, di cui già abbiamo detto qualcosa. Gli interessi di questo personaggio erano davvero molteplici, e appare evidente che egli fosse disposto a investire il suo capitale ovunque si presentasse un’occasione. È frequente infatti la sua menzione come fideiussore nei contratti più disparati e con personaggi con cui non aveva probabilmente alcun legame d’interessi (per esempio stranieri o contadini). È quindi probabile che egli svolgesse professionalmente l’attività di fideiussore a pagamento; ma anche altre occasioni non erano trascurate dal nostro finanziere: nel dicembre 1436 infatti affittò per un solo anno un’ampia estensione di terra a Gragnano, nella fertile piana del Tevere, dalla moglie di Nello Baglioni di Perugia, che ovviamente non poteva seguire da vicino lo sfruttamento di possedimenti così lontani. Il tenue canone di 8 staia di grano per 2100 tavole doveva quindi garantire un consistente ricarico a Matteo, che certo avrebbe trovato facilmente dei subaffittuari. Per tali speculazioni del resto egli non esitava a prendere anche somme in prestito, come prova un deposito effettuato nel 1439 per 5 anni da Niccolò di Piero di Biagio, speziale anch’egli interessato alla gestione della finanza pubblica, sia pure come camerario o depositario[94].

Forse un aiuto alla disponibilità finanziaria di Matteo veniva anche da altre fonti meno ortodosse: nello stesso 1437 infatti Venutello del fu Iacopo Acquisti, con il consenso di un parente “adhibiti ad hoc quia dictus Venutellus surdaster erat”, effettuò una cospicua donazione di un podere con due case e ampi pascoli al detto Matteo per i molti benefici che aveva da lui ricevuto, ma soprattutto perché il finanziere aveva promesso di prenderlo in casa e mantenerlo fino alla morte. Già abbiamo detto dell’interesse di Matteo per il vino, comprato dal Carsidoni e probabilmente rivenduto, come prova una ricevuta, che menziona anche un asino. La disponibilità di bestie da allevamento e da lavoro è poi provata anche da alcune soccide, concesse a lavoratori agricoli. Ma il finanziere non rifuggiva dal fare prestiti anche ai suoi lavoratori, secondo una consuetudine che vedeva gli stessi costantemente in debito con i “patrini” urbani[95].

L’eccezionalità di questo personaggio, dedito a ogni genere di affare, tranne forse la produzione tessile, risalta ancor più se si pensa che il figlio Fabrizio, continuatore della politica del padre riguardo agli appalti, non ne seguì le orme per quanto riguarda le altre attività. Le sue menzioni nel notarile infatti si limitano a revisioni di conti per le passate imprese paterne (compresa una società per vendere vino contratta contestualmente all’appalto della gabella sullo stesso) o ad appalti di nuove gabelle, oltre a qualche prestito di minore entità. Il fratello Cristofano poi aveva scelto tutt’altra strada, visto che fu condotto dal capitano sforzesco Ciarpellone con quattro lance, fatto che indica non solo la sua professionalità riconosciuta anche ai massimi livelli, ma anche una scelta economica non occasionale, dato che quattro lance significavano almeno una mezza dozzina di uomini ai suoi ordini, e soprattutto alle sue dipendenze economiche. Fabrizio e la madre Persa, poi, dovettero affrontare una carenza di liquidi nel 1443, vendendo una parte del patrimonio immobiliare accumulato da Matteo (e in particolare una casa in città e lo stesso podere ottenuto con la donazione di cui abbiamo già fatto menzione)[96].

 

  1. La base patrimoniale

Dopo queste osservazioni sulle attività economiche del gruppo dei finanzieri viene ovvia la domanda a proposito della loro base patrimoniale, vista la scarsità dei loro interessi mercantili-artigianali. Per un’indagine di questo genere abbiamo una fonte privilegiata, cioè l’estimo del 1461. L’uso di tale fonte tuttavia richiede qualche cautela che ci accingiamo a esporre. Innanzitutto occorre tener presente la distanza di tale fonte dalle altre: sarà facile infatti trovarvi i personaggi attivi negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo, ma assai meno agevole rintracciarvi quelli della prima metà del secolo. Tutto ciò è complicato dal sistema onomastico vigente a Sansepolcro (e in buona parte dell’Italia centrale) durante il XV secolo, che prevedeva un limitato uso del cognome e la frequente menzione di catene di patronimici per individuare la persona. Il secondo Quattrocento tuttavia è a questo proposito un periodo di transizione, poiché molti dei cognomi dell’età moderna si formarono proprio allora, originando da patronimici o da soprannomi poi fissati (ne è un esempio Piero della Francesca, il cui quadrisavolo si chiamava effettivamente Francesco). Come conseguenza l’ultimo dei patronimici, quello che si sarebbe poi trasformato in cognome, veniva frequentemente anteposto agli altri, o addirittura citato con il solo nome del padre del personaggio, e ciò naturalmente può causare confusioni nello stabilire il grado di ascendenza. I nomi più diffusi poi erano decisamente pochi, e quindi capitano catene di patronimici che se non intere possono ingenerare ulteriore confusione. Tutto questo per giustificare il fatto che non tutte le famiglie si sono potute rintracciare nella fonte, anche se un più approfondito incrocio di questa con tutte le altre fonti disponibili potrebbe portare a ulteriori riconoscimenti (vista anche la disparità di indicazione fra la documentazione in latino e quella in volgare)[97].

A Sansepolcro poi, e questa è una particolarità del nostro centro, l’estimo censiva solo i fondi rurali, o come si esprimeva la legge istitutiva del nuovo estimo i "tereni acti al'agricultura". Ciò del resto è comprensibile in un centro dalla vivace predisposizione al commercio e all’artigianato, in cui cioè il ceto dirigente non voleva dover rispondere davanti al fisco dei propri beni mobili, come delle case e botteghe. Di conseguenza il censimento che analizziamo fornisce un’immagine molto parziale della reale ricchezza dei Borghesi, sbilanciata verso il possesso fondiario. Anche i metodi di alliramento portavano inoltre a notevoli disequilibri, poiché le singole portate, verificate da un’apposita commissione, riportavano solo la dislocazione della terra, la sua qualità e la sua estensione. La commissione avrebbe poi provveduto a stimare i fondi per unità di misura e a calcolare dunque il valore dell’intero imponibile. Per motivi che non ci sono noti tuttavia nei registri riassuntivi, che erano poi quelli utilizzati per l’esazione del dazio, la cifra dell’imponibile venne ridotta quasi sempre a circa un quarto della cifra che ci aspetteremmo nei registri dettagliati (che invece mancano quasi sempre dei totali). Da questo imponibile ridotto si calcolava poi un coefficiente d’estimo, paragonabile alla rendita catastale, che secondo la normativa doveva essere differenziato in base alla residenza del contribuente, ma che in pratica fu aggiustato ad personam, secondo una ratio attorno a un dodicesimo dell’imponibile ridotto (mentre la legge parlava per i Borghesi di un sedicesimo). Questo coefficiente era poi quello che veniva conteggiato per la ripartizione dei dazi: essendo infatti inteso in lire, quando si imponeva per esempio un dazio di 10 denari per lira d’estimo, ogni contribuente avrebbe pagato 10 denari per ogni lira della rendita catastale[98].

Detto questo è evidente che se i registri riassuntivi ci danno le percentuali in cui venivano effettivamente suddivisi i dazi, sono quelli dettagliati a cui ci dobbiamo rivolgere per avere la reale consistenza delle proprietà fondiarie dei Borghesi. Nel nostro campione non mancano i veri ricchi, come Giuliano di Matteo di Cecco di Ciacio, lanaiolo allibrato per oltre 6.000 lire che fu anche depositario nel 1446; la massima parte dei contribuenti di alto livello si attesta su cifre più modeste fra le 2.000 e le 3.000 lire. In questo caso tuttavia sembra difficile poter generalizzare, visto che le condizioni familiari sono le più disparate. Esaminiamo prima il gruppo più ristretto dei finanzieri, quelle dieci famiglie, per intenderci, che monopolizzarono o quasi la finanza pubblica nel periodo in esame[99].

Nanni di Cesco nel 1461 era ormai scomparso da tempo. I figli tuttavia (e forse la vedova) formavano ancora un gruppo familiare compatto, presentando un’unica posta per l’estimo (un fuoco fiscale, nel linguaggio tecnico), che risultava intestataria di 839 lire di beni (qui come in seguito, se non specificato altrimenti, facciamo riferimento alle somme effettuate da noi sulla base dei registri dettagliati). Tale cifra situa gli eredi di Nanni nella classe media (fra le 500 e le 1000 lire), la più ampia della società Borghese, in cui si trovavano non solo famiglie nuove ma anche lignaggi di antica ascendenza signorile[100].

D’altra parte Giovanni di Francesco di Giovanni di Cesco, di cui non conosciamo l’esatto grado di parentela con Nanni, presentava una posta a sé di 452 lire, sulle soglie dunque della classe mediobassa (fra le 100 e le 500 lire). Sappiamo che anche Giovanni di Francesco fu attivo nell’appalto di dazi e dunque doveva essere comunque fornito di un discreto capitale liquido; possiamo dunque ritenere che in un periodo imprecisato il patrimonio familiare, dei due rami insieme, fosse attorno alle 1300 lire, e cioè si situasse nella classe medioalta della società Borghese (fra le 1000 e le 2500 lire)[101].

In posizione simile si situava Francesco di Fabrizio di Matteo del maestro Pace, che risulta insieme ai fratelli intestatario di una posta e sostanzialmente erede dei beni del padre, con 1485 lire. Come sappiamo tuttavia Fabrizio non era l’unico figlio di Matteo, anche se era quello che ne aveva seguito le orme più da vicino e che probabilmente ne aveva ereditato la massima parte dei beni fondiari. Cristofano il condottiero infatti era anch’egli scomparso prima del 1461 e i suoi eredi risultavano intestatari di una posta più snella, limitata a una sola vigna, sia pure di notevole valore, poiché erano allibrati per 307 lire. Anche in questo caso il patrimonio originale di Matteo doveva essere ben più alto e situarsi forse oltre la soglia della classe più alta (oltre le 2500 lire), poiché come abbiamo visto Fabrizio e la madre furono costretti a vendere numerosi appezzamenti. È possibile dunque che le molte speculazioni di Matteo, garantite da un patrimonio sostanzioso, l’avessero esposto un po’ arditamente ai rovesci della fortuna e che gli eredi dovessero ridimensionare il ventaglio degli investimenti potendo contare su di un patrimonio più ridotto[102].

Assai cospicuo era invece il patrimonio di ser Uguccio di Nofri di Francesco da Lussemburgo, membro di una famiglia di ascendenza signorile, che si diceva scesa in Italia al seguito di Arrigo VII (ma non è chiaro se sia stata la famiglia a dare il nome al castello avito di Lucimborgo, sull’Appennino, o viceversa il nome del castello abbia provocato facili assonanze e la creazione della leggenda). Il patrimonio del valore di 2080 lire dava chiaramente la misura di un radicamento fondiario marcato, a cui la professione notarile e le speculazioni finanziarie dovevano aver aggiunto ben poco, per quanto ampiamente praticate dall’ultimo rampollo[103].

Su di un livello simile si situavano gli eredi di Agnilo d’Artino, i tre fratelli Santi, Andrea e Matteo, la cui famiglia come abbiamo detto era un ramo ormai distinto della più antica schiatta dei Pichi. Ma date le attività finanziarie non è forse solo da attribuire ad antichi possedimenti l’ampiezza del patrimonio, valutato 2178 lire. Decisamente più snella la posta intestata a Parigi di Salvi d’Artino e ai suoi fratelli (poiché anche Salvi era scomparso): le 191,8 lire del totale davano appena la misura di quella che doveva essere stata una potenza economica di notevole rilievo, ma evidentemente volta soprattutto alla ricchezza mobile. Anche qui si può tuttavia supporre che l’originario patrimonio dell’avo Artino di Santi, ricco e influente calzolaio, sfiorasse le 2400 lire e quindi si avvicinasse al livello più alto della società Borghese, prima che nella famiglia con la divisione patrimoniale si affermasse anche una certa specializzazione economica (ma non esclusiva, visto che anche Agnilo si interessò di finanza pubblica). Su di un livello minore rispetto a questa famiglia si trovavano invece gli ultimi due personaggi, cioè Niccolò del maestro Niccolò del maestro Francesco, allibrato per quasi 1017 lire, e Giacomo di Stefano Biancalana, scomparso nel 1461, ma rappresentato da Stefano e fratelli, suoi figli allibrati per 839,5 lire[104].

Una simile disparità di condizioni, anche se come abbiamo visto nessuno dei personaggi menzionati era in fondo alla scala dei patrimoni con un imponibile di meno di 100 lire, si riscontra anche nel gruppo più allargato dei finanzieri “non professionisti”, di quei personaggi cioè che si dedicavano saltuariamente alle speculazioni finanziarie. Già abbiamo detto di Giuliano di Matteo, e a esso possiamo accostare Ettore di Dionigi di Mastino Roberti, membro di un’antica famiglia già attiva a fine Duecento e alleata dei faggiolani. Il suo patrimonio di 5620 lire lo situa ai vertici della società Borghese e la sua richiesta di intercessione a Firenze per ottenere un ufficio finanziario, allegando la povertà e la numerosa famiglia, si può comprendere solo sulla base di un tenore di vita molto elevato e dispendioso (Ettore infatti parlava delle numerose figlie da dotare, che ovviamente richiedevano doti di rilievo per essere piazzate ai vertici della società)[105].

A un livello molto simile si situa anche Piergiovanni di Cristofano di Agostino Mercati, che fu camerario comunale nel 1444. Questo personaggio era intestatario di ben tre diverse poste nell’estimo, una personale per 2064 lire, una con l’erede di suo fratello Agostino di Cristofano per 474 lire, una con lo stesso e con l’erede di Silvestro di Silvestro di Agostino (quasi certamente un cugino) per 3085 lire. Non è forse sorprendente che i patrimoni più vasti, appartenenti alla prima classe della società Borghese, si trovino solo nel gruppo più esterno della finanza. In questo gruppo tuttavia si trovavano anche personaggi dal patrimonio fondiario di minor ampiezza e paragonabili dunque ai finanzieri del gruppo “ristretto”[106].

Pensiamo a esempio a Giannino di Damasso di Giannino di Agnilo Ugucci, che fu depositario e camerario comunale nel 1445, anche se interessato alle speculazioni fu soprattutto suo zio Agnilo di Giannino di Agnilo. Giannino era intestatario di una posta per 2085 lire; il cugino Niccolò, probabilmente l’unico erede di Agnilo nel frattempo scomparso, presentava una posta di 563,2 lire, quindi molto inferiore. Dobbiamo considerare che la specializzazione economica in questo caso doveva essere stata più vincolante, vista la disparità delle due cifre; Niccolò del resto dichiarava la professione di orefice, che ovviamente richiedeva ingenti capitali liquidi, immobilizzati in materia prima e in attrezzatura tecnica. Anche i fratelli Antonio e Piero di Benedetto Carsidoni possono essere annoverati in questa categoria. Antonio, che come sappiamo seguì le orme del padre nella gestione delle finanze pubbliche, nel 1461 era allibrato per quasi 1465 lire, con un patrimonio dunque rispettabile ma non elevatissimo; Piero invece era leggermente più fortunato avendo un imponibile di 1861 lire. Anche qui possiamo ritenere che un patrimonio di tutto rispetto, del tutto consono alla famiglia che aveva dominato la scena economica Borghese trecentesca, si fosse ridotto per le divisioni ereditarie in dotazioni sempre buone ma di minor livello[107].

 

  1. Valore della terra e suo sfruttamento

Qualche ulteriore osservazione si può fare analizzando più da vicino le portate dettagliate per verificare la qualità di questi patrimoni che finora abbiamo indicato con il loro valore globale. Ricordando che l’estimo Borghese censiva solo i fondi agricoli, si può notare che la varietà colturale è decisamente ampia, poiché si va dalla terra definita “lavorativa”, tout court, a quella arativa (la terra propriamente “da pane”), a quella vignata, alle vigne vere e proprie e agli orti, oltre naturalmente a una notevole percentuale di incolti (definiti sodi, silvati, boscati o più spesso cerretati e salcastrati). Il cerro e il salice erano indubbiamente le due essenze arboree che maggiormente caratterizzavano la Valtiberina medievale, diffusi il primo sulle colline e fin quasi sulle montagne, il secondo nella pianura alluvionale del Tevere. Anche il valore della terra appare abbastanza disparato, oscillando tra 4 denari a tavola (la misura di superficie Borghese, invero piuttosto piccola) per gli incolti più lontani dal paese, alle 6 lire a tavola per le terre più vicine al centro urbano. Sorprendentemente benché vigne e orti valessero mediamente più delle altre terre, la vicinanza era la qualità più apprezzata, poiché le stime più alte sono assegnate a terre lavorative poste a ridosso delle mura. Il valore delle stime appare poi perfettamente in linea con le quote di mercato indicate nel notarile (anche se su questa fonte grava sempre il sospetto di una sistematica svalutazione dei beni per fini fiscali). Nei contratti di vendita reperiti a dire il vero non si trovano le stime più basse sotto i 2 soldi, ma questo è probabilmente dovuto al fatto che gli incolti raramente comparivano sul mercato della terra[108].

Rimarchevole è invece la scarsa presenza di strutture produttive industriali sui fondi, dato che probabilmente si trovavano normalmente nel centro urbano o nei sobborghi urbanizzati: abbiamo trovato una fornace su un fondo vicino alla rocca vecchia del Borgo, di proprietà di Antonio di Giacomo di Fuccio Pinucci, un molino su di un fondo policolturale in località Basilica, sul torrente Afra, di proprietà di Tomasso di Uguccio di Piero di Mino Guelfi, un frantoio nella villa di s. Pietro, in una zona di oliveti, di proprietà di Marco di Paltone di Nanni di Tano, un frantoio da guado presso il torrente Grillina, al centro di una struttura rurale di una certa importanza, forse un’antica curtis incastellata, data la presenza di una torre, di proprietà di ser Uguccio di Nofri di Francesco da Lussemburgo, una fornace sita in un’aia nel borghetto di porta Fiorentina (fuori probabilmente dalla palizzata che lo delimitava, altrimenti non si spiegherebbe l’inclusione nel registro), di proprietà di Giovanni di Francesco di Giovanni di Cesco. Tranne gli ultimi due si tratta di personaggi esterni al ristretto gruppo dei finanzieri, che probabilmente era meno sensibile alle produzioni industriali come genere di investimento. Non sembra tuttavia che tali strutture incrementassero particolarmente il valore della terra, come non particolarmente significative dal punto di vista del valore appaiono case e casalini sui fondi degli altri contribuenti. Possiamo notare anche che rari sono i poderi e gli adunati di terra di una certa consistenza e dotati di strutture abitative; d’altra parte rare sono anche le singole unità colturali che superino le 1000 tavole[109].

Tutto ciò conferma l’impressione che la proprietà fondiaria fosse ancora assai frazionata e la ricomposizione a uno stadio incoativo, anche se qualche indizio non manca; in questo modo si spiega anche la scarsa diffusione della mezzadria, pressoché assente dai contratti notarili, anche se può darsi che certi rapporti fossero regolati oralmente. Le concentrazioni di beni in un singolo luogo appaiono infatti più l’eredità di un passato signorile che il frutto cosciente di una riorganizzazione urbana, permeata di mentalità mercantile. Tutto ciò naturalmente scava un solco fra Sansepolcro e il resto del dominio fiorentino, eccettuate naturalmente zone di recente acquisto e tradizionalmente tetragone a qualsiasi riorganizzazione in senso mezzadrile, come il contado pisano. L’eredità signorile poi può essere desunta dalla relativa frequenza di castellari o palazzi sui fondi: il caso più significativo è rappresentato da ser Uguccio da Lussemburgo, come abbiamo visto di fiera ascendenza signorile, che oltre alla torre di cui abbiamo detto possedeva, per intero o parzialmente, ben cinque altri castellari in altrettanti villaggi del distretto[110].

Se passiamo ai singoli casi potremo notare, ad esempio, che Francesco di Fabrizio di Matteo di Pace poteva contare su 1007 tavole di terreno; oltre a una vigna di 218 tavole, tutto il resto era composto da terre lavorative, fra cui spiccava per valore una pezza posta nelle adiacenze del prato del mercato, fuori porta Libera (a dire il vero c’era anche un “salcastrino”, cioè un saliceto, ma esso è completamente privo di descrizione). Si rileva dunque l’assenza di incolti, che probabilmente significava disinteresse per l’allevamento (almeno da parte di Francesco), e la presenza di una vigna, troppo grande per l’autoconsumo, ma insufficiente per una grossa produzione commerciale. Se però consideriamo che gli eredi di Cristofano di Matteo di Pace avevano solo una vigna di 107 tavole, possiamo ritenere che l’avo Matteo avesse investito una parte delle sue energie nella produzione vinicola (come del resto abbiamo visto dalle sue attività). L’allevamento che il finanziere aveva invece praticato in certa misura doveva essere stato o sulle terre comuni di Sansepolcro o su quelle dello stesso Matteo date in concessione, in questo caso come integrazione della produzione agricola, sempre che gli eredi non si fossero disfatti nel frattempo di appezzamenti di prato o bosco[111].

Una simile proporzione si rileva nelle proprietà degli eredi di Nanni di Cesco, che su 701 tavole totali ne dichiaravano 153 di vigne e nessuna di incolti. Anche in questo caso si può ritenere che le possibilità di immettere prodotti sul mercato fossero limitate a una certa quantità di vino, oltre naturalmente a una modesta quantità di cereali nelle annate migliori, caratteristica questa che doveva essere comune a tutti i proprietari fondiari del Borgo, a prescindere dai patti stipulati con i coltivatori[112].

I figli di Agnilo d’Artino invece su 1863 tavole totali ne dichiaravano 264 di vigne, ma anche 344 di cerreti, oltre a ben due complessi dotati di casa, aia e orto, entrambi nella villa di Bibbiona. Le restanti 1255 tavole di lavorativo dovevano invece permettere una disponibilità di cereali maggiore, forse orientata verso il mercato. D’altro canto i figli di Giacomo di Stefano Biancalana su 3628 tavole totali ne dichiaravano 128 di vigne; le restanti 3500 tuttavia erano costituite dalla metà di un grosso complesso fondiario sito in località Vallecanda, presso il torrente Riascolo, che era probabilmente l’erede di una curtis incastellata, visto che comprendeva due castellari, oltre a numerose terre improduttive (chiamate terre “rupine” e sassaie), come prova l’esiguo valore per unità di misura (2 soldi). L’altra metà del complesso era in mano ad Antonio di Stefano Biancalana, e dunque lo smembramento di questa antica unità signorile ormai pressoché improduttiva era abbastanza recente[113].

Niccolò del maestro Niccolò del maestro Francesco dichiarava 1015 tavole, ma di queste, oltre a un orto con casalino annesso di 16 tavole di estensione, tutto il resto era composto da terre lavorative e arative, situate poi tutte nelle due ville confinanti di Falcigiano e Santa Croce, nei pressi del Tevere. In questo caso sembra di poter vedere un indizio di una certa ricomposizione fondiaria, anche se ancora non rivolta alla formazione di unità poderali autosufficienti. È quindi probabile che oltre alle speculazioni finanziarie Niccolò investisse soprattutto in produzioni cerealicole (e forse di guado, visto che i terreni lungo il Tevere si prestavano assai bene a questa coltura)[114].

Un caso molto particolare poi costituiva Uguccio di Nofri di Francesco da Lussemburgo, la cui proprietà molto estesa (10.084 tavole) era tuttavia anche molto frazionata. Non si sfugge all’impressione che questo agglomerato fosse il risultato di successivi smembramenti di più curtes incastellate, non solo per la presenza, come abbiamo detto, di ben cinque castellari, ma anche per la frequenza di case e di associazioni policolturali in cui l’incolto e la selva predominavano (un appezzamento di terra soda, silvata e prativa arrivava a ben 4000 tavole). Le vigne in questo complesso costituivano una frazione assai modesta (128 tavole), probabilmente appena sufficiente all’autoconsumo se il tenore di vita di ser Uguccio si era mantenuto sugli alti livelli dei suoi antenati signori rurali. Non abbiamo invece notizia di un suo impegno nell’allevamento, ma la vocazione di buona parte dei suoi possedimenti era sostanzialmente quella, specie per bestiame brado ovino e porcino; con ciò tuttavia non si vuol negare che la produzione cerealicola non fosse praticata, visto che comunque ben 4000 tavole erano almeno parzialmente lavorative[115].

Chiudiamo questa rassegna con l’allevatore e macellaio Bartolomeo di Nardo Foni, membro del gruppo “esterno” dei finanzieri. Le sue proprietà, piuttosto estese (2348 tavole) erano tuttavia molto frazionate, anche se più della metà della superficie era rappresentata da un solo appezzamento di terra soda e cerretata sul Colle di Carpineta (1500 tavole). Se 460 tavole erano composte da due vigne, estensione che permetteva una certa presenza sul mercato, le 175 di terre lavorative non dovevano essere sufficienti ad assicurare l’autoconsumo cerealicolo del macellaio (visto che si occupava anche di guado); in compenso le 1713 tavole di incolto, fra terre sode, cerreti e saliceti, potevano essere una buona base per la pratica dell’allevamento, anche se forse insufficiente alle estese mandrie di Bartolomeo, che doveva probabilmente far ricorso ai pascoli comuni sull’Alpe della Luna[116].

 

  1. Conclusioni

Giunti a questo punto risulta difficile tirare le conclusioni di una ricerca che ha mostrato una realtà tanto varia. Abbiamo visto che il bilancio straordinario, pur meno importante di quello ordinario, costituiva la vera spia delle necessità del comune, per via della sua reale disponibilità per l’amministrazione e della sua elasticità. Pur nella sua instabilità fisiologica abbiamo notato una tendenza alla stabilizzazione e al ridimensionamento, almeno nel lungo periodo. Tutto ciò tuttavia non dovette comprimere particolarmente l’importanza dei finanzieri privati che gestivano l’esazione dei tributi, anticipando somme non trascurabili al comune[117].

L’esame di queste figure è stato poi l’argomento della seconda parte della ricerca. Forse il risultato più significativo è stato la constatazione dell’articolazione del gruppo finanziario in due nuclei abbastanza distinti: da un lato una manciata di famiglie (10!) in grado di monopolizzare il mercato degli appalti, relativamente chiuso e tendente alla specializzazione dinastica (almeno a quanto può risultare sulla spanna cronologica di un cinquantennio, pari all’attività di tre generazioni). Abbiamo chiamato questo gruppo “interno”, proprio perché i restanti finanzieri attivi nel Borgo Quattrocentesco si lasciano definire più in negativo, come “esterni” appunto, data la varietà delle loro situazioni. È anche rilevante vedere che specularmente il gruppo ristretto dei finanzieri appaia, per così dire, “esterno” al ceto dirigente attivo nelle istituzioni comunali, non certo perché emarginato (secondo il vecchio cliché del disprezzo per il pubblicano), ma perché maggiormente interessato alle attività finanziarie. Il ceto dirigente sembra invece identificarsi appieno con il gruppo esterno dei finanzieri, a indicare che il controllo della finanza pubblica era comunque una delle priorità della vita politica urbana, anche se le scelte economiche che ne discendevano erano molto variegate. Non sembra invece di poter evidenziare fratture di classe o di origine sociale, né nel ceto dirigente, né nel gruppo più ristretto dei finanzieri, poiché le famiglie nuove, in ascesa o di recente affermazione, sono presenti accanto a quelle di più antica tradizione aristocratica. Del resto la ristrettezza di questo secondo gruppo non permette di elaborare statisticamente classi e livelli sociali[118].

Una certa coerenza dimostrano anche i dati offerti dalla fonte notarile, poiché i finanzieri puri appaiono poco interessati ad altre forme di investimento, con rimarchevoli eccezioni tuttavia. La vitalità economica del paese era comunque assicurata dalle attività di altri personaggi, fra cui spiccano quelli del gruppo definito esterno dei finanzieri. Per costoro indubbiamente le possibilità d’investimento erano molteplici e la gestione delle finanze comunali costituiva solo una delle opzioni (necessariamente, visto che molti degli spazi in questo campo erano già occupati)[119].

Simili osservazioni si possono fare sulla base dei patrimoni rivelati dall’estimo del 1461: a una grande varietà di situazioni corrisponde tuttavia una più diffusa presenza dei finanzieri professionisti fra i possessori di patrimoni di media dimensione. Questi patrimoni non dimostrano una vocazione policolturale accentuata né una predisposizione per l’allevamento, ampiamente praticato invece da molti altri Borghesi, e sono ancora molto frazionati, frutto di acquisti disordinati o di situazioni pregresse di disgregazione delle unità colturali dei secoli precedenti; in questo tuttavia pesa anche la relativa distanza della fonte fiscale dai personaggi attivi nei primi anni dello studio, quasi tutti scomparsi e rappresentati da una moltitudine di eredi. Più equilibrata risulta invece la disponibilità fondiaria di quegli appartenenti al ceto dirigente che abbiamo definito esterni al gruppo finanziario ristretto, con tracce di qualche attività anche industriale, e ciò risulta in linea con la varietà di interessi dimostrata anche sul piano economico da questi personaggi. Per le dieci famiglie del gruppo più ristretto dunque, con qualche vistosa eccezione, il possesso di beni fondiari sembra soprattutto finalizzato alla produzione di cereali per il consumo privato e poco più, situazione ben comprensibile alla luce della costante carenza granaria di un paese troppo grande per le sue risorse cerealicole[120].

Crediamo dunque con queste note di aver delineato abbastanza chiaramente la fisionomia di un gruppo dai contorni relativamente ben definiti, le cui scelte economiche furono in grado di pesare sulle possibilità di investimento del ceto dirigente, anche se al contempo questo poteva esercitare qualche condizionamento di riflesso sui personaggi dell’élite finanziaria, che comunque non costituiva la sola realtà economica del paese.

 

Gian Paolo G. Scharf


 

* Abbreviazioni: ASAr, CAS = Archivio di Stato di Arezzo, Catasto Antico di Sansepolcro; ASFi, NA = Archivio di Stato di Firenze, Notarile Antecosimiano; ASRm, Camerale III = Archivio di Stato di Roma, fondo Camerale III; ACS = Archivio comunale di Sansepolcro. Desidero sentitamente ringraziare quanti mi sono stati d’aiuto in questa ricerca: Alberto Grohmann, Patrizia Mainoni, Riccardo Rao, Sergio Tognetti, Giovanni Vattani e mia moglie, Silvia Bernardini, che ha attivamente collaborato all’elaborazione delle tabelle.

[1] G. Bracco, Taglie e gabelle. Studi e ricerche sulla finanza pubblica sabauda, Torino, Giappichelli, 1990 (che comprende la riedizione dei due saggi Le finanze del comune di Torino nel secolo XIV e Terra e fiscalità nel Piemonte Sabaudo. Contributo per la ricerca); per la Lombardia non va comunque dimenticato il lavoro di T. Zerbi, La banca nell'ordinamento finanziario visconteo: dai mastri del banco Giussano, gestore della tesoreria di Piacenza: 1356-58, Como, Emo Cavalleri, 1935 (Rist. anast. Università commerciale L. Bocconi, Istituto di ricerche tecnico commerciali, Pubblicazioni, Serie 2, n. 1), pur se centrato sul ruolo della banca. Per il Veneto si veda A. Tagliaferri, L'economia veronese secondo gli estimi dal 1409 al 1635, Milano, Giuffrè, 1966. Per la Toscana G.F. Pagnini Del Ventura, Delle monete del comune di Firenze, in Id., Della decima e di varie altre gravezze imposte dal comune di Firenze, della moneta e della mercatura de' fiorentini fino al secolo XVI, vol. I, t. 2, Bologna, Forni, 1967 (Ristampa anastatica dell'edizione Lisbona-Lucca 1765); F. Barbadoro, Le finanze della Repubblica fiorentina. Imposte dirette e debito pubblico fino all’istituzione del Monte, Firenze, Olschki, 1929; M. Becker, Problemi della finanza pubblica fiorentina nella seconda metà del Trecento e dei primi del Quattrocento, in "Archivio Storico Italiano", CXXIII (1965), pp. 433-466; E. Fiumi, L'imposta diretta nei comuni medioevali della Toscana, in Studi in onore di Armando Sapori, I, Milano, Istituto Editoriale Cisalpino, 1957, pp. 327-353

[2] W.M. Bowsky, Le finanze del comune di Siena 1287-1355, Firenze, La Nuova Italia, 1976; A. Grohmann, Città e territorio tra medioevo ed età moderna (Perugia, secc. XIII-XVI), tomo I: La città; tomo II: Il contado, Perugia, Volumnia, 1981; Id., L’imposizione diretta nei comuni dell’Italia centrale nel XIII secolo. La Libra di Perugia del 1285, nella collana "Fonti per la Storia dell’Umbria", 18, Perugia, Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, 1986. Prima di questi studi per Perugia esisteva solo un lavoro del Mira: G. Mira, Le entrate patrimoniali del Comune di Perugia nel XIV secolo, ripubblicato in Id., Scritti scelti di storia economica umbra, Perugia, Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, 1990. Grohmann viceversa è anche autore di una sintesi: A. Grohmann, Le fonti censuarie medievali: bilancio storiografico e problemi di metodo, in Le fonti censuarie e catastali tra tarda romanità e basso Medioevo: Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, San Marino, San Marino, Centro di Studi Storici Sammarinesi, 1996, pp. 14-53. E. Conti, L'imposta diretta a Firenze nel Quattrocento (1427-1494), Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1984; D. Herlihy - CH. Klapish Zuber, I toscani e le loro famiglie, Bologna, Il Mulino, 1988. Negli stessi anni usciva anche una sintesi di P. Cammarosano, Il sistema fiscale delle città toscane, in La Toscana nel secolo XIV. Caratteri di una civiltà regionale, atti del convegno tenuto a Firenze e San Miniato nel 1986, a cura e con introduzione di Sergio Gensini, Pisa, Pacini, 1988, pp. 201-213.

[3] F. Leverotti, Popolazione, famiglie, insediamento. Le Sei Miglia lucchesi nel XIV e XV secolo, Pisa, Pacini, 1992; M. Knapton, Il fisco nello Stato veneziano di Terraferma tra ‘300 e ‘500: la politica delle entrate, in Il sistema fiscale veneto. Problemi e aspetti, XV-XVIII secolo, atti della prima Giornata di studio sulla terraferma veneta, Lazise, 29 marzo 1981, a cura di G. Borelli, P. Lanaro, F. Vecchiato, Verona Libreria universitaria editrice, 1982, pp. 15-58; R. Mueller, The Venetian Money Market. Banks, Panics and the Public Debt, 1200-1500, Baltimore-London, Johns Hopkins University press, 1997; per il Veneto vedi anche gli studi contenuti in G.M. Varanini, Comuni cittadini e stato regionale. Ricerche sulla Terraferma veneta nel Quattrocento, Verona, Libreria Editrice Universitaria, 1992. M. Ginatempo, Prima del debito. Finanziamento della spesa pubblica e gestione del deficit nelle grandi città toscane (1200-1350 ca.), Firenze, Olschki, 2000 (ma vedi anche alla nota successiva); Becker, Problemi della finanza pubblica; A. Molho, Tre città stato e i loro debiti pubblici. Quesiti e ipotesi sulla storia di Firenze, Genova e Venezia, in Italia 1350-1450: tra crisi, trasformazione e sviluppo, XIII Convegno di Studi, Pistoia 10-13 maggio 1991, Pistoia, Centro Italiano di studi di storia e d'arte, 1993, pp. 185-216; G. Petralia, Fiscalità, politica e dominio nella Toscana fiorentina alla fine del Medioevo, in Lo Stato territoriale fiorentino (secoli XIV – XV). Ricerche, linguaggi, confronti, atti del Seminario Internazionale di Studi, S. Miniato 7-8 giugno 1996, a cura di A. Zorzi e W.J. Connell, Pisa, Pacini, 2001, pp. 161-87.

[4] Vedi soprattutto Origini dello stato: processi di formazione statale in Italia fra Medioevo ed Età Moderna, a cura di G. Chittolini, A. Molho, P. Schiera, Atti del convegno tenuto a Chicago nel 1993, Bologna, Il Mulino, 1994, e Lo Stato territoriale fiorentino. L’impostazione sul dialogo fra "centro" e "periferia" è presente per esempio in M. Knapton, City Wealth and State Wealth in Northeast Italy, 14th-17th centuries, in La ville, la bourgeoisie et la genèse de l'état moderne (XIIe-XVIIIe siècles), Atti del convegno di Bielefeld, 29 novembre-1 dicembre 1985, a cura di N. Bulst – J.Ph. Genet, Parigi, CNRS, 1988, pp. 183-209; per la Toscana S. Epstein, Stato territoriale ed economia regionale nella Toscana del Quattrocento, in La Toscana al tempo di Lorenzo il Magnifico. Politica economia cultura arte, atti del Convegno di Studi, Firenze-Pisa-Siena, 5-8 novembre 1992, a cura di R. Fubini, Pisa, Pacini, 1996, vol. III, pp. 869-890, in cui si insiste soprattutto sui risvolti economici della creazione dello stato fiorentino. Per un esempio di monografia municipale, in cui l’aspetto fiscale è posto nel suo giusto rilievo vedi S. Carocci, Tivoli nel basso medioevo. Società cittadina ed economia agraria, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 1988 e Id., Il sistema catastale di Tivoli (secoli XIV-XVI), in "Archivio della società romana di storia patria", 105 (1982), pp. 217-236. Per i risvolti demografici del sistema fiscale vedi S.K. Cohn Jr., Demografia e politiche fiscali nel contado fiorentino (1355-1487), in Lo Stato territoriale fiorentino, pp. 47-71; Id., Le rivolte contadine nello Stato di Firenze nel primo Rinascimento, in "Studi Storici", 41 (2000), pp. 1121-150; M. Ginatempo, Le campagne senesi e il fisco alla fine del Medioevo, tesi di dottorato in Storia Medievale, coordinatore prof. G. Cherubini, Università di Firenze, a.a. 1989-90. Per i lavori di Patrizia Mainoni vedi P. Mainoni, Finanza pubblica e fiscalità nell’Italia centro-settentrionale fra XIII e XV secolo, in "Studi Storici", 40 (1999), n. 2, pp. 449-470; Ead., Le radici della discordia. Ricerche sulla fiscalità a Bergamo tra XIII e XV secolo, Milano, Unicopli, 1997; Ead., Politiche fiscali, produzioni rurali e controllo del territorio nella signoria viscontea, in "Studi di Storia medievale e di diplomatica", n. 14 (1993), pp. 25-54, e ora Politiche finanziarie e fiscali nell’Italia settentrionale (secoli XIII – XV), a cura di P. Mainoni, Milano, Unicopli, 2001, di cui segnaliamo soprattutto P. Mainoni, La gabella del sale nell’Italia del nord (secoli XIII-XIV), pp. 39-85 e M. Ginatempo, Spunti comparativi sulle trasformazioni della fiscalità nell’Italia post-comunale, pp. 125-220. L’ampia bibliografia presente in appendice a questo libro, come pure a Ginatempo, Prima del debito, ci dispensa dall’estendere ulteriormente questa veloce carrellata.

[5] Su quest’ordine di problemi vedi Magnati e popolani nell’Italia comunale, Atti del XV convegno di studi organizzato dal Centro italiano di studi di storia e d’arte di Pistoia, Pistoia, Centro italiano di studi di storia e d’arte di Pistoia, 1997, e particolarmente J.C. Maire Vigueur, Il problema storiografico: Firenze come modello e mito di regime popolare, pp. 1-16, A. Giorgi, Il conflitto magnati/popolani nelle campagne: il caso senese, pp. 137-211 e R. Bordone, Magnati e popolani in area piemontese, con particolare riguardo al caso di Asti, pp. 397-419; vedi anche le opere citate infra, nota 7. Per il caso lombardo vedi almeno P. Grillo, Milano in età comunale (1183 – 1276). Istituzioni, società, economia, nella collana "Istituzioni e società", 1, Spoleto, CISAM, 2001; Mainoni, Le radici della discordia. Una recente messa a punto di alcuni di questi aspetti è offerta da Credito e società: le fonti, le tecniche e gli uomini. Secc. XIV-XVI, atti del convegno Internazionale di Studi, Asti-Chambery 24-27 settembre 1998, Asti, Centro Studi sui Lombardi e sul credito nel Medioevo, 2000.

[6] R. Bordone, Tema cittadino e ‘ritorno alla terra’ nella storiografia comunale recente, in "Quaderni Storici", 52 (1983), pp. 255-277; G. Pinto, I mercanti senesi e la terra, in Id., Città e spazi economici nell'Italia comunale, Bologna, C.L.U.E.B., 1996, pp. 139-184, già edito con il titolo I mercanti e la terra, in Banchieri e mercanti di Siena, prefazione di C. M. Cipolla, Siena, Monte dei Paschi di Siena, 1987, pp. 221-290. Esempi di monografie possono essere R. De Roover, Il banco Medici dalle origini al declino 1397-1494, Firenze, La Nuova Italia, 1970 (sebbene si tratti di un caso eccezionale, dato il ruolo politico della famiglia), o R. Mucciarelli, I Tolomei banchieri di Siena: la parabola di un casato nel XIII e XIV secolo, Siena, Protagon, 1995, o ancora S. Tognetti, Da Figline a Firenze. Ascesa economica e politica della famiglia Serristori (secoli XIV – XVI), Firenze, Opus Libri, 2003. Si veda in proposito l’ampia e aggiornata bibliografia offerta da quest’ultimo volume.

[7] Dopo il lavoro di N. Ottokar, Il comune di Firenze alla fine del Dugento, Torino, Einaudi, 1974, in cui l’indagine prosopografica era finalizzata a un’analisi politica, i risvolti sociali di tale tipo di indagine non sono mai stati dimenticati: vedi per esempio S. Raveggi, M. Tarassi, D. Medici e P. Parenti, Ghibellini, guelfi e popolo grasso. I detentori del potere politico a Firenze nella seconda metà del Dugento, Firenze, La nuova Italia, 1978. Per un esempio assai vicino a Sansepolcro, geograficamente e demograficamente, vedi C. Perol, Cortona.Pouvoirs et sociétés aux confins de la Toscane (XVe – XVIe siècle), « Collection de l’Ecole Française de Rome », 322, Roma, École Française de Rome, 2004; Ead., Gli autori di un compromesso: i riformatori di Cortona, in Lo Stato territoriale fiorentino, pp. 461-75. Molti spunti in questa direzione sono presenti comunque in diversi dei contributi presenti in quest’ultimo volume, come per esempio in W.J. Connell, Il cittadino umanista come ufficiale nel territorio: una rilettura di Giannozzo Manetti, pp. 359-83; di questo studioso vedi anche Id., ‘I fautori delle parti’: Citizen interest and the treatment of a subject town, c. 1500, in Istituzioni e società in Toscana nell'età moderna, Atti delle giornate di studio dedicate a Giuseppe Pansini, Firenze, 4-5 dicembre 1992, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, 1994, vol. I, pp. 118-147. Per la situazione piemontese vedi R. Bordone, Progetti nobiliari del ceto dirigente del comune di Asti al tramonto, in Progetti e dinamiche nella società comunale italiana, a cura di R. Bordone e G. Sergi, "Quaderni GISEM" n. 9, Napoli, Liguori, 1995, pp. 279-326; A. Barbero, Un’oligarchia urbana. Politica ed economia a Torino fra Tre e Quattrocento, Roma, Viella, 1995.

[8] M. Picco, Gabelle e gabellieri a Piacenza durante la signoria di Filippo Maria Visconti: uno ‘screening’, in Politiche finanziarie, pp. 279-343. L’approccio, naturalmente, non è del tutto nuovo: interessanti spunti per esempio si possono trovare nel citato volume Credito e società: per esempio nei saggi di B. Molina, Prestito e investimenti fondiari nel territorio: il caso dei Pelletti d’Asti nel XIV secolo, pp. 43-51, Th. Dutour, Crédit et rapports sociaux dans une société urbaine à la fin du moyen age: l’exemple de Dijon au XIVe siècle, pp. 67-80, R. Bordone, Attività economiche e funzioni pubbliche del patriziato astigiano durante la dominazione orléanese, pp. 213-224, A. Vandelbulcke, Fonction publique et crédit au prince (Ier moitié du XVIe siècle), pp. 261-270.

[9] Vedi almeno J.R. Banker, Death in the Community, Athens (Georgia) & London, The University of Georgia Press, 1988; A. Czortek, La fondazione del Monte di Pietà di Sansepolcro e lo statuto del 1466, in "Proposte e ricerche", a. XX (1997), n. 38, pp. 7-25; G.P.G. Scharf, Borgo San Sepolcro a metà del Quattrocento: istituzioni e società (1440 – 1460), Firenze, L.S. Olschki, 2003, oltre a quanto verrà indicato nelle note seguenti. Per la ricostruzione della finanza pubblica vedi infra, §§ 3-6.

[10] Vedi infra, §§ 7-12; il quadro del ceto dirigente è fornito in Scharf, Borgo San Sepolcro, cap. 6, e nelle tabelle in Appendice.

[11] A. Bartoli Langeli, Le fonti per la storia di un comune, in Società e istituzioni dell’Italia comunale: l’esempio di Perugia (secoli XII – XIV), atti del Congresso Storico Internazionale organizzato dalla Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Perugia 6-9 novembre 1985, Perugia, Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, 1988, vol. I, pp. 5-21; tuttavia lo stesso Bartoli sottolineava l’importanza dei Libri Iurium. Vedi anche A. Pratesi, La documentazione comunale, ivi, pp. 351-65. Per una completa presentazione delle fonti su Sansepolcro vedi G. Degli Azzi, Inventario degli archivi di San Sepolcro, estratto da "Gli archivi della Storia d'Italia", IV, Rocca S. Casciano, Stabilimento Tipografico L. Cappelli, 1914, e Scharf, Borgo San Sepolcro, Introduzione.

[12] ACS, serie I, n. 1; serie II, nn. 2, 3, 4, 5, 6. Le riformagioni, pur con alcune lacune, coprono il periodo 1440-65.

[13] ACS, serie XVIII, n. 1. Per l’articolazione delle camere e dei bilanci vedi infra, § 4 e 5 e le tabelle 2 e 3.

[14] I registri pontifici sono conservati in ASRm, Camerale III, n. 428, registri nn. 262, 261, 265, 271 (antica numerazione), e coprono il periodo aprile 1430 – giugno 1432 e maggio-dicembre 1436, sia pure con alcune lacune. Mentre per il periodo malatestiano (1415-1430) le notizie sono solo sporadiche e desumibili da altre fonti, per quello fiorentino sono sopravvissuti alcuni importanti documenti riguardanti la Camera Fiorentina, o Depositeria: innanzitutto la tabula expensarum del 1442 (vedi infra, nota 34), uno schizzo di bilancio per il 1455, conservato nel notarile (ASFi, NA, n. 7054, filza 1450-9, n. 20), e gli appalti delle gabelle per i primi anni Sessanta, registrati nelle riformagioni (ACS, serie II, nn. 5-6). La novità di questa registrazione indica una significativa volontà di controllo sulla Camera Fiorentina da parte delle magistrature locali, come diremo più oltre (vedi infra, nota 37).

[15] ACS, serie XXXII, n. 9; ASFi, NA, nn. 6961, 7006, 7007, 7021-5, 7029, 7039, 7054, 14044, 14045, 14051, 19287, 19307, 19311, 19316, 19317.

[16] ASAr, CAS, n. 79, Estimo del quartiere di San Piero, n. 71, copia più aggiornata del medesimo, n. 134, Estimo del quartiere di San Bartolomeo, n. 73, copia più aggiornata del medesimo, n. 177, Estimo del quartiere di San Giovanni, n. 67, copia più aggiornata del medesimo, n. 27, Estimo del quartiere di San Sepolcro; nn. 179-185, Lirette dei precedenti (sommari). Per l’identificazione dei personaggi vedi le indicazioni metodologiche espresse in Scharf, Borgo San Sepolcro, § 6.1.

[17] Sull’unificazione delle misure e delle monete vedi A. Martini, Manuale di metrologia, ossia misure pesi e monete in uso attualmente e anticamente presso tutti i popoli, Torino, E. Loescher, 1883 (ristampa anastatica Roma, ERA,1976), e i più recenti studi di Cipolla: C.M. Cipolla, Le avventure della lira, Bologna, Il Mulino, 20012; Id., Il governo della moneta a Firenze e a Milano nei secoli XIV-XVI, Bologna, Il Mulino, 1990. Per la Toscana resta comunque valido il Pagnini Del Ventura, Delle monete. Sul problema dei rapporti fra moneta circolante e moneta di conto vedi T. Zerbi, Moneta effettiva e moneta di conto nelle fonti contabili di storia economica, Milano, C. Marzorati, 1955.

[18] Sul ruolo economico di Sansepolcro vedi S. Anselmi, La presenza malatestiana a Sansepolcro: aspetti economici 1372-1428, in "Proposte e ricerche", a. ? (1988), n. 20, pp. 72-83 (non del tutto perspicuo il sistema di cambi indicato nella nota 23 di questo lavoro); B. Dini, La presenza dei valligiani sul mercato di Arezzo,in La Valtiberina Lorenzo e i Medici, a cura di G. Renzi, Firenze, Olschki, 1995, pp. 183-200; G.P.G. Scharf, Il mercato al Borgo nel Quattrocento, in Allevamento, mercato, transumanza sull'Appennino, Atti del convegno tenuto a Ponte Presale il 29 settembre 1999, a cura di L. Calzolai e M. Kovacevich, Sestino - Badia Tedalda, Edizioni CREAAP, 2000, pp. 99-107; vedi anche infra, note 82-3.

[19] Le monete in uso a Sansepolcro si possono agilmente riscontrare nel fondo documentario più antico del paese, quello delle pergamene dell’ex-abbazia, ampiamente utilizzato nel suo lavoro dal Czortek: vedi AVS, Diplomatico, nn. 1-4; A. Czortek, Un’abbazia, un comune: Sansepolcro nei secoli XI-XIII, Città di Castello, Tibergraph, 1997. Per gli inizi della dominazione malatestiana vedi G.P.G. Scharf, La signoria di Galeotto Malatesti a Sansepolcro, in La signoria di Galeotto I Malatesti (1355-1385), a cura di C. Cardinali e A. Falcioni, nella collana "Le signorie dei Malatesti", XV, Centro studi malatestiani, Bruno Ghigi editore, Rimini 2002, pp. 265-299.

[20] Un’ampia casistica delle monete circolanti e di conto e dei rispettivi cambi è naturalmente offerta dal già menzionato Libro Rosso del comune (ACS, serie XVIII, n. 1). Per un quadro riassuntivo vedi comunque la tabella 1. Per la svalutazione dei bolognini vecchi vedi anche infra, nota 28. Sull’importanza dell’angontano (o anche agontano) vedi L’agontano: una moneta d’argento per l’Italia Medievale, atti del convegno tenuto a Trevi (Perugia), 11-12 Ottobre 2001, a cura di L. Travaini, Perugia, Regione Umbria, 2003.

[21] Vedi il Libro Rosso, passim, e la tabella 1.

[22] Ibid.; l’ipotesi che il quattrino fosse quello fiorentino e facesse riferimento alla lira di piccioli è rafforzata dal fatto che quando negli anni Sessanta tale lira fece la sua comparsa nella contabilità comunale il cambio con il fiorino borghese fu indicato con 4 lire di piccioli, contro le 5 cortonesi che ci volevano normalmente. Se dunque 4 lire di piccioli equivalevano a 5 cortonesi, anche 4 denari di piccioli (un quattrino) equivalevano a 5 denari cortonesi.

[23] Ibid.; sul corso del fiorino a Firenze vedi R.A. Goldthwaite - G. Mandich, Studi sulla moneta fiorentina (Secoli XIII-XVI), Firenze, OLschki, 1994, p. 90.

[24] Vedi la tabella 1. Il fiorino senese si trova soprattutto utilizzato nei contratti mercantili riguardanti scambi di merce proveniente da tale piazza, registrati nel notarile (vedi supra, nota 15).

[25] Vedi la tabella 1. Per il ruolo dei finanzieri ebrei a Sansepolcro G.P.G. Scharf, Fra economia urbana e circuiti monetari intercittadini: il ruolo degli ebrei a Borgo San Sepolcro a metà del Quattrocento, in "Archivio Storico Italiano", CLVI (1998), n. 577, disp. III (luglio-settembre), pp. 447-477.

[26] Vedi la tabella 1; per le preoccupazioni della dominante rispetto alla moneta in cui pagare gli stipendi vedi infra, nota 28.

[27] Il problema del cambio del bolognino, già presente ampiamente nel Libro Rosso, aveva ancora degli strascichi nel 1442 e nel 1444, quando la cosa veniva portata nei consigli (ACS, serie II, n. 2, 9 agosto 1442, 16 agosto 1444). Non sappiamo tuttavia se ciò non fosse già accaduto, dato che le riformagioni precedenti sono andate perdute.

[28] Significativamente la lettera è copiata nella seduta dei consigli del 15 agosto 1462, quando il problema dovette tornare di attualità (ACS, serie II, n. 5). Per l’appalto del 30 novembre 1464 vedi ACS, serie II, n. 6: in esso si stabilì, fra l’altro, che gli appaltatori avrebbero dovuto accettare qualsiasi moneta di corso legale al Borgo, ma pagare gli stipendi per 2/3 in buona moneta (si suppone quella fiorentina) e 1/3 in moneta corrente; i bolognini nuovi avrebbero avuto un valore di 5 quattrini, cioè 25 soldi cortonesi (contro gli usuali 30), ma il fiorino largo avrebbe avuto un valore di 3 quattrini meno del suo valore "in mercantia". L’intera operazione dunque mostra sia una notevole scaltrezza nel risolvere i principali problemi monetari scaricando costi e responsabilità sugli appaltatori, sia una certa maturità nella trattativa con Firenze, accontentata nella sostanza solo parzialmente.

[29] Per l’inserimento del Borgo nel dominio malatestiano vedi Scharf, La signoria di Galeotto; per una completa analisi del sistema delle due camere Id., Borgo San Sepolcro, §§ 3.1, 3.6, 3.8. Il sistema finanziario bipartito, comune nei centri soggetti, garantiva vantaggi tanto alla dominante (o al signore), quanto ai comuni controllati; fu peculiare soprattutto del centro Italia, nel dominio fiorentino, in quello malatestiano e in quello pontificio, mentre non sembra sia stato praticato nel ducato milanese e nella terraferma veneta, dove man mano prevalse l’incameramento complessivo delle entrate da parte del signore o della dominante. Vedi Petralia, Fiscalità, politica e dominio; Ph. Jones, The Malatesta of Rimini and the Papal State. A Political History, London, Cambridge University Press, 1974; A. Cortonesi, L'imposta diretta nei comuni del Lazio medievale. Note sui sistemi di ripartizione, in "Archivio della società romana di storia patria", 105, 1982, pp. 175-202; Politiche finanziarie; Varanini, Comuni cittadini.

[30] Per uno schema riassuntivo di entrate e uscite della camera signorile o depositeria vedi la tabella 2. Sul valore, anche politico, della scelta fra entrate dirette e indirette vedi A. Apostoli, Scelte fiscali a Brescia all’inizio del periodo veneto, in Politiche finanziarie, pp. 345-407, S. Bianchessi, Dazi o taglie? Provvedimenti fiscali a Cremona da Gian Galeazzo a Filippo Maria Visconti, ivi, pp. 237-77. Sulla differenza fra i due bilanci a Sansepolcro vedi infra, § successivo.

[31] Per un simile schema riguardante la camera comunale vedi la tabella 3.

[32] Dei codici malatestiani di Fano esiste un accurato inventario a stampa, che per quanto compilato oltre un secolo fa non cessa di essere prezioso: A. Zonghi, Repertorio dell‘antico archivio comunale di Fano, Fano, Tipografia Sonciniana, 1888. Per i dati riguardanti Sansepolcro vedi Anselmi, La presenza malatestiana. Per la documentazione di epoca successiva riguardante la depositeria vedi supra, nota 14. La signoria pontificia durò a Sansepolcro dalla fine di marzo del 1430 al febbraio 1441, con l’interruzione degli anni 1433-35 dovuta alla cessione in feudo a Niccolò Fortebracci, e quella del 1438-40 dovuta all’occupazione militare del Piccinino. La documentazione superstite copre tuttavia solo gli anni 1430-2 e 1436. Per le vicende politiche di questi anni vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 1.2. Menzioni della depositeria sono tuttavia rintracciabili in tutte le altre fonti del periodo, a partire dal citato Libro Rosso.

[33] Gli appalti delle gabelle, oltre che nei citati Registri Pontifici, sono registrati nel notarile e per gli anni Sessanta nelle riformagioni. Tutti i nomi reperiti sono stati comunque inseriti nel database dei personaggi della finanza di cui parleremo (vedi infra, §§ 8, 9).

[34] Per la tabula expensarum vedi la tabella 4 e per le vicende della sua elaborazione Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.3.

[35] Menzioni di contabilità particolari, tenute da singoli officiali e dai dazieri, sono ampiamente presenti nel Libro Rosso. Il metodo di registrazione illustrato è significativo, tanto più che in questi anni si formò almeno parzialmente a Sansepolcro Luca Pacioli, che al problema avrebbe dedicato la celebre Summa, di certo frutto delle sue frequentazioni veneziane. Sul problema vedi comunque C. Antinori, La ragionieria ai tempi di Malatesta Novello, in Malatesta Novello nell’Italia delle signorie. Fonti e interpretazioni, atti del convegno tenutosi a Cesena il 26-7 marzo 2004, a cura di M. Mengozzi e C Riva, Cesena 2005, pp. 307-14, oltre agli atti di un recente convegno, in corso di stampa: Alle origini della contabilità bancaria. La formazione della scienza contabile alla fine del Medioevo, Asti 8 luglio 2004.

[36] Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.10.

[37] Ibid.

[38] Per un quadro complessivo delle gabelle e della loro redditività vedi la tabella 4. La conservatività del sistema delle gabelle, pur all’interno di notevoli fluttuazioni di valore, è ampiamente dimostrata dal fatto che la regolamentazione statutaria delle stesse risale alla seconda metà del Trecento, ma fu copiata con poche modifiche nel volume statutario del 1441. Vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.2; A. Czortek, Prodotti dell’allevamento sul mercato di Sansepolcro secondo lo statuto della gabella del 1358, in Allevamento, mercato, pp. 79-88.

[39] Sul sale vedi l’ampia sintesi di Mainoni, La gabella del sale. La cifra indicata per il periodo malatestiano, stante il quasi assoluto naufragio della documentazione, è assolutamente congetturale e da intendersi indicativa, desunta da sparse notizie reperibili nelle fonti, ma senza alcuna sistematicità. Maggiori notizie si hanno per il primo periodo del dominio malatestiano, cioè gli anni Settanta del Trecento, per cui si presentano tuttavia cifre simili: vedi Scharf, La signoria di Galeotto. Sono invece pressochè completi i bilanci degli anni 1402-11, che rimangono comunque nello stesso ordine di grandezza (vedi la tabella 4).

[40] Il dettaglio delle entrate nel periodo pontificio è fornito nella tabella 5. Per l’importanza della tabula expensarum vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.3.

[41] Sullo sviluppo economico in questo periodo vedi J.R. Banker, The Culture of San Sepolcro during the youth of Piero della Francesca, The University of Michigan Press, 2003; Scharf, Il mercato al Borgo; non condivisibile invece l’opinione di A. Fanfani, Una crisi economica di cinque secoli fa a Sansepolcro, in "L'alta valle del Tevere", I (1933), n. 4 (ottobre), p. 29-31. Un riassunto della causa, con le posizioni del comune, una supplica dell’appaltatore (Niccolò del maestro Niccolò) al governatore e il parere favorevole a lui di quest’ultimo, sono riportati in ACS, serie XVIII, n. 1 (Libro Rosso), c. 143r., 30 giugno 1432.

[42] Vedi tabella 4; si consideri che in virtù del rifacimento dell’estimo in questi anni aumentò anche l’imponibile complessivo del Borgo, come si può agevolmente evincere dalla redditività dei dazi. Per la presunta crisi vedi Fanfani, Una crisi economica; per i paragoni vedi Varanini, Comuni cittadini; G. Albini Mantovani, Aspetti della finanza di un comune lombardo tra dominazione milanese e veneziana: dazi e taglie a Crema dal 1445 al 1454, in Felix olim Lombardia. Studi di storia padana dedicati dagli allievi a Giuseppe Martini, Milano (Alessandria), Ferraris, 1978, pp. 699-790. Ben diverso il caso di un centro rurale come Gandino, che conferma le "qualità" urbane di Sansepolcro: G. Albini, Contadini-artigiani in una comunità bergamasca: Gandino sulla base di un estimo della seconda metà del '400, in "Studi di Storia Medievale e di Diplomatica", 1993, n. 14, pp. 111-192.

[43] Per un quadro delle uscite ordinarie della depositeria vedi la tabella 6. L’elenco degli uffici del periodo malatestiano è pubblicato nel Liber offitiorum civitatum, terrarum atque locorum Magnifici et Excelsi Domini nostri Pandulfi de Malatestis in Marchia, edito a c. di V. Bartoccetti negli "Studia Picena", a. II (1926), n. 2, pp. 37-41; alcuni dati economici sono invece forniti da Anselmi, La presenza malatestiana.

[44] Vedi la tabella 6.

[45] Ibid.

[46] Scharf, Borgo San Sepolcro, § 4.1A.

[47] Per un quadro complessivo dei dazi appaltati nel periodo in esame vedi la tabella 7. Sull’estimo e la ratio della sua composizione vedi infra, §§ 6 e 11.

[49] Per l’incidenza di spese militari e difensive vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, §§ 4.1A, 5.2; per quelle annonarie ivi, § 4.3; si osservi come il Libro Rosso mostri ampiamente il livello di autonomia finanziaria degli officiali annonari nei casi di crisi di approvigionamento, come quando alla fine del secondo decennio del secolo si decise un premio di un angontano (5 soldi) per ogni staio di grano forestiero importato al Borgo e si diede ampio mandato agli officiali annonari di provvedere con alcune entrate, scavalcando in pratica le magistrature finanziarie. Non desta quindi stupore trovare fra gli officiali annonari sovente impiegati finanzieri comunemente impegnati nella gestione della finanza pubblica, evidentemente per le loro capacità amministrative (ACS, serie XVIII, n. 1, cc. 25r.-v., 27r., 48r.; ma il premio fu costante fino agli anni Quaranta nei momenti di crisi: vedi ivi, passim).

[50] Su questo genere di problemi vedi M. Ginatempo, Spunti comparativi; per la rivolta antimalatestiana e le sue conseguenze vedi G.P.G. Scharf, Faziosità cittadina e buon governo malatestiano: la rivolta di Sansepolcro e il ruolo di Carlo Malatesti, in La signoria di Carlo Malatesti (1385-1429), a cura di A. Falcioni, con una premessa di A. Vasina, Rimini, Ghigi, 2001, pp. 347-361.

[51] Per la richiesta del comune di poter appaltare le gabelle in blocco e per più anni vedi ACS, Serie XXX, n. 4, cc. 12r.-14v. e Serie I, n. 4, cc. 13v.-14v. Anche nel 1448 era stata fatta una richiesta simile: vedi ACS, Serie XVIII, n. 1, c. 293r., 6 dicembre 1448.

[52] Vedi la tabella 8 e la fig. 1. Il metodo di calcolo del coefficiente catastale, equivalente alla rendita di altri sistemi, lascia tuttavia qualche dubbio, potendosi intendere come la metà del reale coefficiente, che in teoria avrebbe dovuto essere pari a 1/16 dell’imponibile per i residenti al Borgo: vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.9.

[53] Vedi la tabella 11 e la tabella 12, la fig. 3 e la fig. 4. Il tornante che sembra segnare l’inizio della discesa coincide, all’inizio degli anni Trenta, con la fine del dominio malatestiano; a esso fece seguito solo una risalita alla fine degli anni Quaranta, provocata come abbiamo detto da motivi militari (vedi supra, nota 49).

[54] Vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.9; G.P.G. Scharf e E. Mattesini, Cultura e società nella Sansepolcro del Quattrocento: Bartolomeo di Nardo Foni e la sua portata catastale, in "Contributi di Filologia dell'Italia Mediana", XIII (1999), pp. 5-40; vedi anche infra, nota 57.

[55] Scharf, Faziosità cittadina.

[56] Id., Borgo San Sepolcro, § 3.8; sul ruolo degli ebrei a Sansepolcro vedi Id., Fra economia urbana; Id., Pandolfo III e gli ebrei di Sansepolcro, in La signoria di Pandolfo III Malatesti di Fano, in corso di stampa; per il tentativo di commercio, effettuato comprando 627 libbre di cera per oltre 79 fiorini e rivendendole ad Arezzo per soli 75 fiorini, vedi ACS, serie XVIII, n. 1, c. 27r. (l’episodio non è datato ma si riferisce sicuramente al 1419).

[57] Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.3; per un caso di resistenza all’imposizione di un dazio vedi ACS, serie II, n. 2, 3 febbraio 1442.

[58] Scharf, Borgo San Sepolcro, §§ 3.9, 3.10; Scharf e Mattesini, Cultura e società; la rendita catastale globale del Borgo fu indicata nel Libro Rosso nel periodo fra 1415 e 1417 in cui i dazi furono gestiti direttamente dalla camera del comune e oscillò fra i 4000 e i 5000 fiorini; tale cifra si può stimare più o meno valida anche per il periodo successivo, poiché l’offerta media per gli appalti dei dazi si situò a 20 fiorini per denario d’imposta, che nel caso di un ipotetico prelievo massimo di una lira per lira d’estimo (cioè 240 denari) avrebbe reso 4800 fiorini, più il guadagno degli appaltatori. Al momento del rifacimento dell’estimo nel 1461 si annotò che l’intera operazione aveva elevato la rendita catastale globale a 5502 fiorini, giustificandone quindi il costo. Se la terra fosse stata soprattutto in mano a Borghesi e fosse stato rispettato il coefficiente di 1/32 (cioè metà di 1/16) previsto dagli statuti, il valore catastale dell’intero distretto Borghese si sarebbe aggirato sui 160.000 fiorini, ma sappiamo che in realtà il coefficiente di alliramento fu aggiustato ad personam. Vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.10, e supra, nota 54.

[59] Per la fine del dominio malatestiano e l’esenzioni che cessarono con esso vedi supra, nota 41; in realtà l’unico nominativo Borghese fornito nella causa è quello di Antonio di Paolo di Gilio (ACS, serie XVIII, n. 1, c. 143r.). l’elenco invece delle esenzioni cessate dopo la battaglia d’Anghiari è riportato nello stesso Libro Rosso (ivi, c. 222r.). Per avere un’idea del possibile trasformismo del ceto dirigente Borghese, almeno nel settore finanziario dello stesso, basta scorrere la lista degli esattori di dazi che attesta un’assoluta continuità fra i vari periodi (vedi tabella 7).

[60] Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.9; vedi anche supra, nota 58, e, per l’andamento dell’offerta tabella 10. Le modalità di elaborazione dell’estimo Borghese più che al catasto fiorentino (per cui vedi Conti, L'imposta diretta), rimandano agli usi dello Stato pontificio, per cui si veda In primis una petia terre. La documentazione catastale nei territori dello Stato Pontificio, Atti del convegno tenuto a Perugia dal 30 settembre al 2 ottobre 1993, numero monografico di «Archivi per la storia», VIII (1995), fasc. 1-2.

[61] Sui risvolti sociali di un’analisi prosopografica rimandiamo alla bibliografia citata supra, nota 7. Sull’importanza di considerare gli aggregati parentali, più che i singoli individui, in questo genere di indagini si rimanda a Famille et parenté dans l’Occident médiéval, actes du colloque de Paris, 6-8 juin 1974, Roma, École Française de Rome, 1977.

[62] Sulla schedatura del ceto dirigente Borghese vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, §§ 6.1-6.3; sull’inserimento di Sansepolcro nel dominio malatestiano vedi Id., La signoria di Galeotto.

[63] Id., Signoria e comune. Le riforme istituzionali di Borgo San Sepolcro sotto il dominio di Galeotto Belfiore e Carlo Malatesta, in La signoria di Galeotto Malatesti (Belfiore), a cura e con una premessa di A. Falcioni, Rimini, Ghigi, 1999, pp. 93-125; per i precedenti di tale riforma vedi Id., Il funzionamento del comune di Sansepolcro nei secoli XIV e XV, in “Pagine Altotiberine”, I (1997), n. 2, pp. 135-144.

[64] Id., Borgo San Sepolcro, §§ 2.2, 6.4, 6.5.

[65] La schedatura di tutti i personaggi che avessero esercitato qualche carica, nel comune o nelle tre principali confraternite, fra 1430 e 1470, integrata con l’elenco di coloro che avessero avuto rapporti economici con la Fraternita di s. Bartolomeo, ha fornito oltre 2000 voci, corrispondenti a più di 700 nominativi e per ovvi motivi di spazio non ha potuto essere integralmente pubblicata. Infatti anche eliminando i nomi con una sola presenza, membri per così dire occasionali del ceto dirigente, ne rimanevano oltre 300, che era appunto lo stesso ordine di grandezza fornito dalle 15 cedole del consiglio del popolo. Sono stati tuttavia forniti cospicui esempi per le famiglie di maggior rilevanza: vedi ivi, § 6.3, Appendice, tab. 5.

[66] Per il dato demografico e il grado di rappresentanza politica vedi Banker, Death, pp. 33-4; Scharf, Borgo San Sepolcro, §§ 1.4, 6.1.

[67] Ibid.; notizie sulla famiglia Della Francesca si trovano in Banker, The Culture; sui Foni Scharf e Mattesini, Cultura e società; sui Carsidoni a fine Trecento A. Fanfani, Un mercante del trecento, Città di Castello, A.C. Grafiche, 1984 (ristampa anastatica dell'edizione di Milano, Giuffré, 1935).

[68] Il "gruppo finanziario" che abbiamo cercato di delineare (vedine la schedatura completa nella tabella 13), si mostra relativamente coerente con il ceto dirigente di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente, ma con caratteristiche proprie: entrambi i gruppi possono dividersi in due sezioni, una più addentro (e quindi "interna") rispettivamente alle istituzioni e alle finanze comunali, e una più "esterna", le cui presenze sono più sporadiche. Entrambe le sezioni "interne" si situano nella sezione "esterna" dell’altro gruppo, pur non identificandocisi completamente, come mostreremo con numerosi esempi.

[69] La schedatura completa di cui alla tabella 13 mostra oltre 600 voci, che tuttavia corrispondono a 219 Nominativi (vedine l’elenco nella tabella 14). Come si potrà osservare dal confronto fra le due tabelle i personaggi più ricorrenti sono molti di meno (a proposito delle "dinastie finanziarie" vedi infra, nota 76). Per il rifacimento dell’estimo vedi supra, nota 60. Fra agosto e dicembre 1442 fu affidato un aggiornamento a una società formata da Agnilo di Maddaleno, Niccolò del maestro Niccolò, Salvi d’Artino di Santi e Nanni di Cesco, in virtù della loro esperienza come dazieri (ACS, serie II, n. 2, 9 agosto, 26 dicembre 1442, 7 gennaio 1443).

[70] Per il ruolo politico di queste famiglie vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 6.3; per i Carsidoni vedi Fanfani, Un mercante; per la partecipazione dei Dotti (di un solo ramo) alla rivolta malatestiana del 1418 vedi Scharf, Faziosità cittadina.

[71] Vedi la tabella 13; per i Foni e lo scontro dei macellai con il comune vedi Scharf e Mattesini, Cultura e società; Scharf, Il mercato al Borgo.

[72] Vedi la tabella 13 e Scharf, Borgo San Sepolcro, § 6.3, Appendice, tab. 5.

[73] Ibid.

[74] Ibid.; per il ruolo di fattore per Carlo da Pietramala vedi ACS, serie XVIII, n. 1, c. 39v.; ASFi, NA, n. 19287, cc. 29v.-30r., 15 febbraio 1418.

[75] L’elenco dei personaggi iscritti nelle 15 cedole si trova pubblicato in Scharf, Borgo San Sepolcro, Appendice, tab. 4.

[76] Per il quadro completo vedi la tabella 7. È possibile che i gruppi familiari leader fossero addirittura di meno, poiché Ventura di Arciprete di Ghigarello di Nese e Nese di Matteo di Nese potrebbero essere stati parenti, né d’altra parte conosciamo per intero i complessi legami familiari che dovevano unire molte di queste famiglie, tendenzialmente portate all’endogamia. D’altra parte non siamo certi del legame familiare fra Nanni di Cesco e Francesco di Giovanni di Cesco, anche se molti indizi spingerebbero a ritenerlo piuttosto stretto.

[77] Vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 3.5; una prima indicazione dell’uso di un simile sistema è fornita per Volterra da E. Fiumi, Note di storia medievale volterrana. 1. Sul sistema delle vendite all'incanto. II. Sull'industria alberghiera, in “Archivio Storico Italiano”, CIII-CIV (1945-1946), pp. 82-112, ristampato in Id., Volterra e San Gimignano nel Medioevo, a cura di G. Pinto, San Gimignano, Coop. Nuovi Quaderni, 1983, pp. 1-25; indubbiamente le vices sembrano strettamente apparentate ai vantaggi indicati dalla Picco, Gabelle e gabellieri, pp. 279-343, per Piacenza.

[78] Si vedano i nomi dei fideiussori nella tabella 7 e nella tabella 13; nel Libro Rosso si trova appuntato:

"Adì viii di genaio mccccxxxvii, ind. xv. Fo convenuto el sopradicto Matheo di Paci come compagno e segurtà del dicto Ventura denanza al spectabile cavalieri messer Gentile da Narni, locotenente e ad messer Francesco dal Amatrice suo collaterale per li magnifici Conservatori Lione e compagni a pagare";

è evidente dunque che il fideiussore ("segurtà") era considerato socio dell’appaltatore. È invece piuttosto comune trovare i fideiussori che saldano debiti dei dazieri, probabilmente in realtà loro soci (vedi ivi, passim). Abbiamo d’altro canto un documento piuttosto esplicito a proposito: nel 1437 Francesco di Giovanni di Cesco "volens agnoscere bonam fidem" riconobbe con atto notarile di essere in società con Matteo di Pace e Agnilo di Maddalo per l’acquisto di un dazio dal comune del Borgo "quod ad presens exigit, licet instrumentum cantet de se ipso Francisco solum" (ASFi, NA, n. 7022, c. 49v., 11 marzo 1437). Per un esempio di numerosi capitoli imposti all’appaltatore di un dazio vedi ACS, serie II, n. 5, 23 maggio 1461.

[79] Sull’andamento dell’offerta vedi la tabella 10; per il rifacimento dell’estimo vedi supra, nota 60.

[80] Per il dettaglio vedi tabella 7. Si consideri che per quanto diluite nel corso di anni e poi parzialmente coperte dalle riscossioni che il dazio prevedeva, queste cifre significavano spesso un’esposizione finanziaria di almeno 500 fiorini annui per ognuno dei personaggi in questione, date le reciproche partecipazioni e il parallelo impegno nella gestione delle gabelle: ciò non ne fa certo dei magnati della finanza in assoluto, ma nel piccolo e tutto sommato provinciale ambiente di Sansepolcro delle figure di assoluto spicco economico.

[81] Per la schedatura del ceto dirigente e il ruolo "politico" dei personaggi ivi presentati vedi supra, nota 65.

[82] Sull’economia Borghese può essere ancora utile come riferimento A. Fanfani, Le arti di Sansepolcro dal XIV al XVI secolo, in “Rivista Internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie”, XLI (1933), fasc. 2, pp. 140-157, e Id., Un mercante; indubbiamente è imprescindibile per il periodo malatestiano Anselmi, La presenza malatestiana. Tutti i lavori, come si noterà, non utilizzano il ricco notarile Borghese, conservato a Firenze; ancora in questa direzione si muovono Czortek, Prodotti dell’allevamento, e Scharf, Il mercato al Borgo. Sul notarile, in tutto o in parte, sono invece basati G. Pinto, Giovacchino Pinciardi da Borgo San Sepolcro, mercante e tintore di guado nella Firenze del Trecento, in “Pagine Altotiberine”, I (1997), n. 3, pp. 7-28, Banker, The Culture, G.P.G. Scharf, Mestieri antichi. Il ruolo economico e sociale dei calzolai a Sansepolcro fra Tre e Quattrocento, in Appennino rurale. Memoria, arte, istituzioni, “Quaderno IV/2004 dell'Istituto di Studi e Ricerche della Civiltà appenninica”, pp. 91-99, e Id., La signoria di Galeotto. Per la consistenza del nostro campione di ricerca vedi supra, nota 15.

[83] Sull’industria tessile si veda la sintesi di B. Dini, L'industria tessile italiana nel tardo medioevo, in Le Italie del tardo medioevo, a c. di S. Gensini, Pisa, Pacini, 1990; sul guado oltre a Pinto, Giovacchino Pinciardi, vedi C. Leonardi, Il commercio del guado tra Marche e Toscana nei secc. XV e XVI, in La montagna tra Toscana e Marche. Ambiente, territorio, cultura, società dal medioevo al XIX secolo, atti del convegno tenutosi a Sestino-Badia Tedalda il 22-23 maggio 1982, a cura di S. Anselmi, Milano, F. Angeli, 1985, pp. 169-204, F. Polcri, Produzione e commercio del guado in età malatestiana, in Le signorie dei Malatesti. Storia delle signorie dei Malatesti. Atti della giornata di Studi Malatestiani a Sansepolcro, Rimini, Ghigi, 1990, pp. 15-23; sulla carne, oltre ai lavori citati alla nota 71, vedi A. Barlucchi, Lo statuto quattrocentesco dell’Arte dei Carnaioli di Borgo Sansepolcro. Note sul commercio della carne alla fine del Medioevo, in “Archivo Storico Italiano”, CLV (1997), pp. 697-735. Un interessante paragone può essere fatto con la situazione bergamasca sulla base di Mainoni, Le radici della discordia, dove il quadro della fiscalità è ampiamente inserito nell’economia locale.

[84] Per il quadro del gruppo finanziario si rimanda alla tabella 14; per la consistenza patrimoniale di tale gruppo alla tabella 15.

[85] Per le cariche finanziarie vedi la tabella 13; per l’appalto del sale ASFi, NA, n. 7023, c. 28v., 6 gennaio 1440; per l’attività economica ASFi, NA, n. 7021, 31 marzo 1436, 19 maggio 1436, 29 giugno 1436.

[86] ASFi, NA, n. 7022, cc. 100v.-101r., 24 settembre 1437; c. 101r., 27 settembre 1437; c. 95r., 9 luglio 1439; n. 7023, c. 47v., 15 marzo 1440.

[87] Per la parentela con i Pichi vedi ASFi, NA, n. 7022, cc. 84v.-85r., 7 giugno 1437; per quelle con gli Acerbi ASFi, NA, n. 14044, c. 107v., 12 dicembre 1430, n. 7023, c. 42r., 28 febbraio 1440: gli Acerbi facevano parte delle più antiche famiglie del Borgo, che mantenevano in consorzio la proprietà della torre di piazza, sorta per volontà aristocratica in chiave anticomunale (vedi ASFi, NA, n. 19317, 12 luglio 1458; vedi anche G.P.G. Scharf, Un residuo ‘signorile’ nel cuore del Borgo del Quattrocento: la torre di Piazza, in “Pagine Altotiberine”, IV (2000), n. 10, pp. 83-90). Per l’appalto del dazio del 1430 vedi la tab. 7; per l’elezione a console dei mercanti di Antonio Carsidoni vedi ASFi, NA, n. 19316, c. 71v., 15 agosto 1447.

[88] Per gli incarichi finanziari vedi la tabella 13; per la vendita del vino ASFi, NA, n. 7021, 27 giugno 1436.

[89] Sulla carriera politica vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, ad indicem; sui rapporti con la Fraternita vedi ACS, serie XXXII, n. 9, passim. Sodo, pur non essendo di una famiglia fra le prime di Sansepolcro contrasse un prestigioso matrimonio con Susanna Cattani, parente del vescovo di Camerino; in questo modo fra l’altro diventò cognato di Giovanni di Amerigo Dotti, che aveva sposato Lucrezia, sorella di Susanna: ASFi, NA, n. 7021, 26 aprile 1436. La sua famiglia poi possedeva una cappella nella chiesa dei frati Minori: ASFi, NA, n. 7024, cc. 29v.-30r., 7 marzo 1443. Per la società nell’arte bambacaria vedi ASFi, NA, n. 7021, 14 novembre 1436; per la vendita di bombace ASFi, NA, n. 7022, c. 8r., 2 gennaio 1437; per lo scioglimento della società ASFi, NA, n. 7022, c. 45r., 5 marzo 1437. Negli stessi anni Sodo aveva anche finanziato un giubbonario in una società "in arte diploidi et guarnellorum": ASFi, NA, n. 7022, c. 50v., 17 novembre 1437.

[90] Il raggio d’azione finanziario di Sodo è dimostrato dal fatto che nel 1436 egli si prestò a fare da fideiussore a Rimini per degli uomini della villa di Aboca catturati nella recente guerra: ASFi, NA, n. 7021, 17 settembre 1436. Egli apparteneva all’arte dei mercanti e ne fu console nel 1439: ASFi, NA, n. 7022, cc. 66r.-v., 10 gennaio 1439. Sull’acquisto da Ventura di Arciprete ASFi, NA, n. 7022, c. 76r., 24 maggio 1437; un ulteriore acquisto di una quota della torre fu fatto nel 1444 da Anechino Roberti, membro di una fra le più antiche famiglie del Borgo (ASFi, NA, n. 7025, c. 40r., 9 marzo 1444). Sulla torre di piazza o "di Berta" vedi supra, nota 87. Per gli incarichi finanziari di Ventura vedi la tabella 13.

[91] ASFi, NA, n. 7021, 1 giugno 1436, 14 e 15 settembre 1436; n. 7022, foglio sciolto non datato fra cc. 88 e 89.

[92] Per la carica di operarius della chiesa di s. Agostino vedi ASFi, NA, n. 7022, cc. 9v.-10v., 5 gennaio 1437. Per un esempio di registrazione notarile di un atto inerente le funzioni amministrative pubbliche di Nanni si veda la ricevuta del dottore in medicina Niccolò di Giacomo da Foligno, pagato appunto da Nanni: ASFi, NA, n. 7022, c. 41v., 8 settembre 1438. Nel novembre dello stesso anno Nanni, dovendo pagare il carpentiere che aveva riparato il tetto del palazzo del comune, si assunse un debito dello stesso con il prestatore ebreo Giacobbe di Musetto, riavendone le cinture d’argento che il carpentiere aveva impegnato: ASFi, NA, n. 7022, c. 54v., 8 novembre 1438.

[93] ASFi, NA, n. 7022, c. 25v., 24 gennaio 1437; n. 14044, c. 55r., 27 dicembre 1429; n. 7024, c. 56v., 29 aprile 1443. Nel 1444 Salvi e gli eredi di suo fratello Agnilo si divisero altre due proprietà, evidentemente rimaste fino a quel momento comuni, di fronte allo stesso notaio: ASFi, NA, n. 7025, c. 37v., 2 marzo 1444.

[94] ASFi, NA, n. 7021, 12 dicembre 1436; n. 7022, cc. 5r.-v., 31 dicembre 1436, c. 15r., 9 gennaio 1437, c. 38r., 6 agosto 1438; n. 14044, c. 62v., 28 gennaio 1430. Per i rapporti con altri finanzieri vedi supra, note 85-6, 90. Per gli incarichi finanziari vedi la tabella 13.

[95] ASFi, NA, n. 7022, cc. 74r.-v., 21 maggio 1437, c. 85v., 8 giugno 1437, n. 14044, c. 27r., 2 giugno 1429, c. 31r., 11 ottobre 1429, c. 55r., 29 dicembre 1429, c. 113v., 13 gennaio 1431; per la consistenza del patrimonio fondiario vedi infra, § 11, e tabella 15.

[96] ASFi, NA, n. 7023, c. 135v., 27 ottobre 1442, cc. 138v.-9r., 8 novembre 1442; n. 7024, cc. 13r.-v., 28 gennaio 1443, c. 18r., 7 febbraio 1443, c. 45v., 3 aprile 1443, cc. 75r.-v., 27 maggio 1443. Per gli incarichi finanziari vedi la tabella 13; sulla consistenza delle lance vedi M. Del Treppo, Della struttura della condotta, in Condottieri e uomini d’arme nell’Italia del Rinascimento, atti del convegno di Lucca, 20-22 maggio 1998, a cura e con un saggio introduttivo di Mario Del Treppo, nella collana "Europa Mediterranea. Quaderni" del GISEM, 18, Napoli, Liguori, 2001, pp. 417-52.

[97] Su questo ordine di problemi vedi Genèse médiévale de l’anthroponomie moderne: l’espace italien, numero monografico di “Melanges de l’Ecole Française de Rome – Moyen Age”, 106 (1994); per la Toscana D. Herlihy, Tuscan Names, 1200-1530, in “Renaissance Quarterly”, 1988, pp. 561-582, CH. Klapisch-Zuber, Le nom ‘refait’. La transmission des prénoms à Florence (XIVe-XVIe siècles), in “L'homme”, XX (1980), n. 4, pp. 77-104. Abbiamo già espresso queste considerazioni in Scharf, Borgo San Sepolcro, § 6.1, poichè ovviamente tali problemi sono stati al centro del nostro tentativo di ricostruzione del ceto dirigente.

[98] Vedi supra il § 6, e per la consistenza delle fonti riguardanti l’estimo la nota 16. Una simile ricerca sulla consistenza dei patrimoni Borghesi fra Quattro e Cinquecento è stata effettuata da F. Salvestrini, Proprietà fondiaria e gerarchie sociali a Borgo Sansepolcro fra XV e XVI secolo dalle fonti fiscali dello stato fiorentino, in Appennino tra Antichità e Medioevo, a cura di G. Roncaglia, A. Donati, G. Pinto, Città di Castello, Petruzzi Editore, 2003, pp. 445-460.

[99] Su Giuliano di Matteo, il più ricco anche del campione effettuato sul ceto dirigente, vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, § 6.2. La sua posta si trova in ASAr, CAS, n. 134, cc. 75r.-77r.

[100] Per il dettaglio vedi la tabella 15; la posta degli eredi di Nanni di Cesco si trova in ASAr, CAS, n. 134, c. 106v. Per comodità di confronti e classificazione abbiamo operato una divisione degli imponibili in classi di ricchezza, puramente convenzionale, ma funzionale al quadro della ricchezza fondiaria: a una prima classe di imponibili inferiori alle 100 lire, ne abbiamo accostate altre quattro, cioè dalle 100 alle 500 lire (medio bassa), dalle 500 alle 1000 lire (media), dalle 1000 alle 2500 lire (medio alta), oltre le 2500 lire (alta). A questa classificazione faremo riferimento nel prosieguo dell’indagine. Praticamente impossibile effettuare confronti con altre realtà, che pure sarebbero desiderabili, per via delle differenti modalità di allibramento: non siamo in effetti certi di quale valore si nascondesse dietro le cifre dell’imponibile, né del suo reale tenore di conversione nel coefficiente catastale, che era poi quello che serviva per imporre i dazi. Si può tuttavia considerare che un ipotetico patrimonio valutato 1000 lire sarebbe probabilmente stato convertito in 83 lire di coefficiente catastale; ora in un anno medio, con un’imposta di 35 denari per lira d’estimo, tale patrimonio avrebbe pagato 2905 denari di dazio, cioè quasi 2,4 fiorini. Sebbene si tratti di fiorini Borghesi (vedi il cambio nella tabella 1), tale cifra può agevolmente essere confrontata con le imposizioni di altri luoghi.

[101] Vedi la tabella 15; la posta si trova in ASAr, CAS, n. 134, c. 90r.

[102] Vedi la tabella 15; le due poste si trovano in ASAr, CAS, n. 134, cc. 63r.-v., e c. 103r.; per tale famiglia vedi supra, note 94-6.

[103] Vedi la tabella 15; la posta si trova in ASAr, CAS, n. 134, cc. 125v.-127v.; sulla leggenda familiare vedi P. Farulli, Annali e memorie dell'antica e nobile città di S. Sepolcro, Foligno, N. Campitelli, 1713, ristampato a Bologna, Forni, 1980.

[104] Vedi la tabella 15; le poste si trovano in ASAr, CAS, n. 134, cc. 178v.-179v., cc. 144r.-v., c. 180r.; n. 177, c. 198r. Per Artino di Santi vedi Scharf, Mestieri antichi.

[105] Vedi la tabella 15; la posta si trova in ASAr, CAS, n. 27, cc. 43r.-44v. Su questo personaggio vedi Scharf, Borgo San Sepolcro, ad indicem, e Appendice, tab. 5. Per le prime attestazioni della famiglia vedi A. Czortek, La famiglia Roberti e gli eremiti di sant’Agostino a Sansepolcro nel XIV secolo, in Dionigi da Borgo Sansepolcro fra Petrarca e Boccaccio, atti del convegno, Sansepolcro 11-12 febbraio 2000, a cura di F. Suitner, Città di Castello, Petruzzi, 2001, pp. 27-46; G.P.G. Scharf, Le prime esperienze signorili di Uguccione della Faggiola: il periodo aretino (1292-1311), in "Archivio Storico Italiano", CLX (2002), n. 594, disp. IV (ottobre-dicembre), pp.753-767.

[106] Vedi la tabella 15; le tre poste si trovano in ASAr, CAS, n. 134, cc. 158v.-159v., cc. 160r.-v., c. 161r.

[107] Vedi la tabella 15; le poste si trovano in ASAr, CAS, 27, cc. 54r.-56v., n. 79, cc. 182r.-v., n. 134, c. 4r., cc. 154r.-155r. Per i Carsidoni vedi supra, note 67, 85-7.

[108] Se sull’economia di Sansepolcro nel Quattrocento la bibliografia è invero poca, l’agricoltura valtiberina medievale manca ancora del tutto di studi, se si esclude il breve saggio di F. Polcri, Della contabilità di una piccola azienda agraria della Valtiberina, secoli XV-XVI, in “Proposte e ricerche”, XIII (1990), n. 25, pp. 144-151, e la pur valida sintesi di G.F. Di Pietro e G. Fanelli, La valle tiberina toscana, Arezzo, Ente provinciale per il turismo, 1973. Le osservazioni che qui esponiamo, sia pur basate su di un campione ristretto (per cui vedi la tabella 15), devono dunque intendersi come la prima esplorazione di un terreno ancora vergine. Un valido quadro d’insieme per la Toscana è comunque fornito da Contadini e proprietari nella Toscana moderna, 1, Dal Medioevo all’età moderna, Firenze, Olschki, 1979, e da G. Cherubini, Forme e vicende degli insediamenti nella campagna toscana dei secoli XIII-XV, in Id., Signori, contadini, borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso Medioevo, Firenze, Nuova Italia, 1974, pp. 145-74.

[109] Per il dettaglio vedi la tabella 15. Si osservi che le fonti (ma non l’estimo) usano talvolta l’espressione "podere", ma, del tutto in linea con l’uso aretino, sempre nel senso di adunato di terre, normalmente confinanti.

[110] Sulla diffusione della mezzadria poderale nelle campagne toscane oltre al citato Contadini e proprietari, vedi i numerosi studi di Pinto, alcuni dei quali contenuti in G. Pinto, La Toscana nel tardo Medioevo. Ambiente, economia rurale, società, Firenze, Sansoni, 1982, e in Id., Campagne e paesaggi toscani del Medioevo, Firenze, Nardini, 2002, nonché il censimento attualmente in corso da parte delle università di Siena e Firenze, del quale sono già usciti Il contratto di mezzadria nella Toscana medioevale, vol. 1, Contado di Siena, sec. XIII – 1348, a c. di G. Pinto e P. Pirillo, Firenze, Olschki, 1987, vol. 2, Contado di Firenze, sec. XIII, a c. di O Muzzi e M.D. Nenci, Firenze, Olschki, 1988, e vol. 3, Contado di Siena, 1349-1518, a c. di G. Piccinni, Firenze, Olschki, 1992.

[111] Vedi la tabella 15, e per le attività economiche supra, § 10.

[113] Ibid.

[114] Ibid.; per il guado vedi supra, nota 83.

[116] Ibid.; per le proprietà fondiarie di Bartolomeo di Nardo Foni vedi anche Scharf e Mattesini, Cultura e società.

[117] Vedi supra, §§ 4-6, e le figure 1, 2, 3, 4.

[118] Vedi supra, §§ 7-9, la tabella 13 e la tabella 14.

[119] Vedi supra, § 10. È ovvio che tali considerazioni sono ancora meno definitive di quanto detto nelle altre parti di questa ricerca: se da un lato per ragioni di spazio abbiamo dovuto limitare l’esemplificazione a pochi casi, dall’altro la vastità del notarile potrebbe virtualmente celare ancora tutto e il suo contrario, anche se l’esperienza della fonte rinforza la nostra impressione.

[120] Vedi supra, §§ 11-12. Per la valutazione del peso demografico di Sansepolcro vedi supra, nota 66; per gli aspetti annonari Scharf, Borgo San Sepolcro, § 4.3.